Mese: maggio 2016

La Storia di Colapesce

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la mia versione

 

C’ era una volta nella città di Messina, in Sicilia, una giovane madre che aveva un figlio di nome Nicola, un apprendista pescatore che passava le sue giornate sempre in acqua, non importa se fosse estate o inverno, Nicola non usciva mai dall’ acqua e la donna era disperata.

«Cola, Cola..»

Lo chiamava urlando dal molo.

«Esci dall’ acqua e torna a casa! Oh Cola.»

Una mattina dopo giorni che non si faceva vedere, la donna esasperata lo maledisse urlando:

«U scrusciu du mari mu ti pigghia, pisci maledettu»

Tutti a Messina, specialmente i pescatori, lo consideravano effettivamente un pesce, tanto che lo chiamavano Colapesce. Le ragazze, sue coetanee, dicevano che era addirittura figlio del dio Nettuno, forse per i capelli ricci e lunghi, gli occhi grandi e neri, le spalle ampie e il sorriso beffardo. Le malelingue al contrario, giuravano di aver visto che le sue mani e i suoi piedi erano palmati. Colapesce andava fiero di quel nomignolo perché l’ acqua era la sua vita e a mollo stava bene, proprio come i pesci. Quando non era intento a nuotare, costretto con la forza da sua madre, riuniva i suoi compagni e raccontava loro le meraviglie che vedeva sul fondo del mare, giurava di aver visto sul fondale della Sicilia montagne immense, boschi con alberi maestosi, pesci enormi da inghiottire più persone contemporaneamente, caverne infinite, e perfino di aver visto il fuoco che teneva in vita il grande Vulcano, ma che non poteva portare le fiamme in superficie, per ovvi motivi.

Era il mese di Luglio quando il Re Ruggero II di Sicilia, visitò Messina, tutto il popolo lo acclamava, le strade erano in festa, le giovinette erano particolarmente felici, in tutta questa euforia soltanto uno rimase nell’ acqua in disparte: Colapesce. Il ragazzo non era per nulla interessato allo sfarzo di quel corteo e continuò catturando l’ attenzione del Sovrano. Finiti i festeggiamenti il Re volle conoscere quel giovane che con il suo atteggiamento lo aveva umiliato e mandò i pescatori del posto a chiamarlo.

«Cola, il Re di Sicilia ti aspetta al Faro di Messina, vuole parlare con te!»

Lo avvisarono. Il giorno dopo Colapesce nuotò fino alla punta estrema di Messina in quel tratto di mare che univa la Sicilia alla Calabria e che veniva chiamato Faro.

«Dunque sei tu Colapesce!»

Lo accolse il Re, sarcastico.

«Ho sentito parlare tanto di te e della tua abilità nel nuoto.»

Circondato dai suoi consiglieri, il Re decise di metterlo alla prova e gettò dall’ alto del faro una coppa d’ oro, ordinando al ragazzo di riportargliela. Colapesce non ci pensò due volte, si immerse e dopo qualche istante riemerse con la coppa tra i denti. Il Re si complimentò e non avendo altro modo per umiliare il ragazzo lo lasciò andare. Il mattino seguente però, dopo una notte insonne ordinò ai suoi uomini di preparare la maestosa imbarcazione reale deciso a mettere ancora una volta Colapesce alla prova. Salparono fino a quando non lo videro nuotare beato tra i delfini.

«Ragazzo mio, voglio sfruttare ancora la tua abilità, ho bisogno di sapere dove poggia il mio Regno! Va’ e dimmi cosa c’ è sotto di noi».

Ordinò.

«Torno subito Sire.»

La madre di Colapesce l’ osservava dalla terraferma con apprensione, ma Cola si immerse, nuotò per lunghi minuti lasciando tutti con il fiato sospeso e subito tornò risalendo fiero.

«Maestà, la Sicilia è poggiata su tre colonne, una, dalla parte di Palermo, mi sembra la più bella e resistente, l’ altra è un po’ scheggiata  e l’ ultima, quella che sorregge Messina, ha qualche crepa».

Colapesce aveva superato l’ ennesima prova, il Re allora disse:

«La coppa era fin troppo grande e ben visibile, facile da recuperare, ma questo no! Dimostrami la tua bravura»

Si sfilò l’ anello e lo gettò negli abissi, Colapesce scese giù, giù e sempre più in fondo, cercò a lungo e vide che in profondità il fondale del mare era poco limpido e molto pesante. Riemerse con qualche difficoltà, ma tra le mani stringeva l’ anello del Re di Sicilia che per poco non cadde in acqua dalla sorpresa.

«E immagino che nel fondo del mare ci siano tesori abbandonati e coralli preziosi!»

Arrotolava la barba con evidente nervosismo e una scintilla di avidità negli occhi chiari e freddi come il ghiaccio.

«No Maestà, questa parte di mare è molto profonda, molto pericolosa, io non mi immergo più!»

Rispose deciso e nuotò per allontanarsi da lì, ma in quell’ istante il Re sfilò la sua corona e la gettò proprio in quel punto.

«Non vorrai che la corona reale simbolo del mio potere vada persa nei fondali del mare? riportamela subito!»

Colapesce era titubante, ma allo stesso tempo non poteva tirarsi indietro, scese fino in fondo e la vide risplendere accanto alla colonna che reggeva Messina, l’ afferrò e in quell’ istante notò che poco più su della sua base la colonna era completamente spezzata.

Attesero lunghi minuti, la madre di Colapesce in ginocchio e tra le lacrime udiva il rumore del mare che le rimbombava in testa e ripensò alle sue parole pronunciate qualche tempo prima: “u scrusciu du mari mu ti pigghia”. La gente si disperava, i pescatori partirono con le loro barche nella speranza di salvarlo , ma nessuno lo vide più. Passarono i giorni, i mesi, il Re  ando’ via da Messina e altri pescatori si immersero per cercarlo, ma nessuno ebbe il coraggio di scendere in fondo agli abissi dove Colapesce scelse di rimanere, trattenendo con le braccia la colonna, sorreggendo la sua città. Ancora oggi è lì in quello che un tempo era il Faro e oggi lo Stretto di Messina, a prendersi cura della sua amata Terra.

Celia P.

Io odio l’ estate.

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Oggi, venerdi 27 maggio primo giorno di caldo. Attendo il primo giorno di trasmissione dello spot estivo di Calzedonia, lo spot che in assoluto distrugge la mia autostima: belle, alte, magre, rotolanti sul bagnoasciuga, temo il loro arrivo e quest’ anno saranno anche munite di crop top a mettere in mostra le belle costole.

Si, la mia è invidia perché io sono a dieta ormai da un mese minacciata dallo sguardo schifato di chi mi sta intorno, di chi per ferirti colpisce nell’ unico punto debole di una donna: “sei ingrassata, ma non solo grassa, sei proprio grossa” colpita e affondata e per la prima volta nella mia vita ho ceduto alla moda delle diete. Addio soffritti, olio e maionese, ho rinchiuso pentole e mestoli per giurare devozione a proteine, fibre, vitamine e frutta. Impensabile per una meridionale mettersi a dieta nel periodo di aprile/maggio questo significa rinunciare a peperoni e melanzane fritte, frittura di pesce, frittelle con fiori di zucca, gelati, paste fredde, pane da intingere in litri di olio e pomodori verdi. Impensabile per me dover cucinare POCO chi mai è rimasto a mangiare da me sa che le portate sono infinite, questo perché da terrona soffro della sindrome della “mamma premurosa” l’ ospite deve uscire rotolando, distrutto, non sia mai si dica che non ha mangiato!!! Perché diciamoci la verità, niente ti gratifica più del cibo. Se prima tritavo le carote e le annegavo in olio e aceto, ora le mangio bollite; le melanzane rimangono anonime, tristi sulla griglia, niente aceto, limone, prezzemolo, aglio e peperoncino e le polpette giacciono nel forno non tra le bolle incandescenti dell’ olio. Ho scoperto che un aiuto per la dieta è la merenda sana. Prima il mio spuntino consisteva in fette di pane cosparse di nutella, ora mi ritrovo a preparare frutta e yogurt, non sono più io!!!!

Non sembra ma pratico sport, o almeno ci provo e anche in questo campo le cose non sono semplici, le vedi in palestra le donne perfette con le loro canotte aderenti, i pantaleggins cuciti sulla pelle.. e poi ci sono io: magliette su magliette per non far vedere la ciccia ballonzolante, l’ 80% degli esercizi eseguiti male, fiatone ad allacciare le scarpe e la bilancia che ti ricorda che nonostante i sacrifici e la dieta sei riuscita a perdere solo 5 etti (una busta di mortadella per intenderci).

Per non parlare di quelle che si “vantano” di essere grasse, solo per sentirsi dire che non è vero, che sono perfette così, ma che guardano le tue braccia pendenti e i tuoi fianchi ridacchiando nei loro vestiti aderenti consolandoti: “ma no, stai bene così!” le odio quasi quanto le modelle di Calzedonia, perchè sappiamo che non è la verità, tu non sei grassa e io sembro lo zampone spiaggiato tra le lenticchie, consapevole di non poter indossare neanche quest’ anno il tanto desiderato costume sgambato alla baywatche e le guarderai prendere il sole mentre tu, sotto l’ ombrellone, mangerai una triste galletta di riso.

Preparatevi ragazze mie, summer is coming

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Ho letto AGGIUNGI UN GIOCO A TAVOLA realizzato da LABIDEE

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ho compilato le schede e ho riprodotto qualche ricetta anche se non ho più 10 anni, il risultato? Mi sono divertita e ho capito che ci si può relazionare con il cibo e mettere un po’ d’ ordine nelle nostre abitudini alimentari.

1463070973086In realtà sono due libri. Entrambi rivolti alle famiglie, poiché è in famiglia che avviene la prima educazione, uno dedicato ai più grandi (“Educare mangiando e crescendo insieme”) e l’ altro ai bambini (“il mondo dei GOVUT”) è frutto del magnifico lavoro di psicologi, nutrizionisti, educatori, gastronomi e formatori. Il progetto EDUEAT nasce dalla collaborazione tra l’Università di Macerata e il Laboratorio delle Idee. Un libro che unisce, sfida e istruisce.

Il primo libro si apre con un MANIFESTO, la costituzione del buon cibo, 10 punti fondamentali per un’ educazione alimentare, almeno un pasto va consumato in famiglia creando comunicazione e confronto. Il cibo è da sempre conflitto tra genitori e figli, quando ero piccola farmi mangiare era un’ impresa l’ unico modo per farmi aprire la bocca era quello di terrorizzarmi o con l’ aspirapolvere, bastava sentire solo il suono o la vista di un amico di famiglia: il temuto Paolo, in genere mi bastava sentire solo il suo nome per ripulire il piatto, nulla di più sbagliato, il cibo è vita, gioia e socialità ed è per questo che non deve essere visto come una tortura adulta, il costringere a dover mangiare per forza. Questi due libri aiutano a capire che è possibile divertirsi anche mangiando, nessuna ricompensa o punizione, nessuna imposizione, dire a un bambino di mangiare per forza una cosa perché fa bene significa ricevere un rifiuto e creare un nemico di quel determinato cibo, che in genere sono la verdura e la frutta.

Questo viaggio all’ interno dei due libri è accompagnato da eroi di fantasia: I GOVUT. Creature magiche dai superpoteri, difensori della terra, ognuno dei quali simboleggia un senso. Abitano tutti a Sensolandia e sono: il folletto Gustino, lo gnomo Olfat, la fata Vistella, l’ elfo Udino e il troll Tattone, tutti impegnati a difendere il buon cibo e a  combattere la grande battaglia contro i loro nemici: l’ orco Junky, il nano Inquinator, la strega Apparence, il fantasma Silent, il gigante Mr. Invisible. Le storie degli eroi di Sensolandia sono uno strumento educativo che si basa sulla narrazione (lo storytelling) raccontare e coinvolgere con lo scopo di far immedesimare i bambini nelle singole storie, cinque racconti già sviluppati e quattro storie aperte con tracce da utilizzare come spunto per un nuovo racconto.

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Polpette di melanzane ricetta a pag. 260

Il segreto è rendere tutti partecipi. La tv disgrega la comunicazione, a tavola i protagonisti sono ormai gli smartphon, lo stile di vita sedentario e le abitudini sbagliate sono causa di malattie e obesità (ipertensione arteriosa, diabete di tipo 2, tumori) bisogna coinvolgere i bambini, scegliere insieme il cibo, conoscere la provenienza e imparare a leggere l’ etichetta. Nel libro lo si fa per mezzo di vere e proprie carte di identità del cibo segnando la provenienza, il nome, il perché e dove si acquista. Ci sono inoltre schede operative da compilare tutti insieme in famiglia come la famosissima “lista della spesa” o l’ abitudine ad acquistare e consumare prodotti tipici durante una vacanza, conoscere posti nuovi anche per mezzo dei piatti locali, senza più l’ odiosissimo “menu per bambini”. Creare, coinvolgere, dare vita a un piccolo orto verticale in terrazzo in modo da far sentire il bambino un piccolo produttore autonomo, basterà qualche piantina di basilico, menta, rosmarino e aprire loro le porte della cucina e della dispensa con un grande occhio di riguardo all’ incolumità, all’ igiene e alla sicurezza.

Tanti sono i temi e le attività presenti nel libro al termine delle quali verranno assegnati dei punti e solo dopo aver raggiunto tutti i traguardi basterà collegarsi a www.edueat.it per ritirare un diploma. Cimentatevi, grandi e piccini con le ricette e le avventure dei Govut, il libro che trasforma il cibo in piacere e che ogni genitore, insegnante, nutrizionista, dentista dovrebbe avere.

LINK UTILI:

Per acquistare il libro: www.edueat.it/pagine/store.html

Che cos’ è EDUEAT: www.edueat.it/pagine/cosae.html

Laboratorio delle idee: www.labidee.com

Semaforo blu

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Stanotte ho sognato un bambino, un semaforo blu e un uomo con gli occhiali.
Il bambino era felice perché il colore blu era il simbolo della sicurezza, non appena scattava quel colore tutti in quel villaggio erano sereni.
Il bambino si é avvicinato all’ uomo con gli occhiali, gli ha sorriso dolcemente e l’ uomo con gli occhiali ha ricambiato il suo sorriso, felice.

Soffritto Universale

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ImmaginesoffrittoNon è vero ma ci credo, dicevano! Io ci credo e anche tanto. Ho sognato la fine del mondo e non è così terribile come si pensa, se non fosse che è arrivata mentre facevo il soffritto.
C’ era una immensa vetrata, le nuvole e una bambina a farmi compagnia, all’ imprivviso il cielo si fece di tanti colori, allegri, simili a quelli dell’ arcobaleno, poi un vortice nell’ aria e la scritta (tipo i caratteri “ripieni” di word) GIUDIZIO UNIVERSALE, il pianto fastidioso della bimba accanto a me e io che tento di tranquillizzarla salvando anche il soffritto. Non siamo morte. C’ era qualcuno nella stanza con noi, ho riconosciuto la sua barba e i suoi occhiali. Mi sono ritrovata seduta ad un immenso tavolo, ancora cibo, vecchi amici e una di loro (preferivo i demoni dell’ oltretomba) vestita da sposa, mi fissava e io piangevo.
Si dice che i brutti sogni sia meglio raccontarli a qualcuno, per non farli avverare, devo farlo al più presto anche se oggi ho rinunciato all’ idea di preparare il soffritto!

Tinte, Parabeni e tanto Arancione.

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Simeon Solomon British, 1840 - 1905 The Toilet of a Roman Lady

Simeon Solomon British, 1840 – 1905 The Toilet of a Roman Lady

Vi avevo già parlato della mia passione per il colore arancione, specialmente sui capelli!!! Già sapete che la colpa è di Camilla, la mia bambola dalla faccia grossa e dalla chioma lanosa e arancione, ero così affezionata, tanto brutta quanto l’ amavo e oggi che ho 30 anni ancora non mi stanco di volerle somigliare. Pensandoci bene però, non sono né la prima né l’ ultima ad emulare qualcuno, specie nel colore della capigliatura, basta fare un salto nel tempo per ricordare che le donne dell’ antica Roma bramavano il biondo delle donne Germaniche e utilizzavano calce e cenere del focolare per schiarire i capelli bruni e renderli ramati, ma utilizzavano anche la betulla e la camomilla. All’ epoca, non ci crederete mai, ma il colore più richiesto era l’ azzurro, ovviamente preferito dalle cortigiane insieme al giallo/arancio!!! [Mh, no, non fate battute sui miei capelli]  Quindi la moda di tingersi i capelli non l’ abbiamo inventata noi “donne dell’ era moderna” i primi tentativi non furono quelli degli anni ‘50/’60 noi abbiamo solo il primato di aver inserito nelle tinte agenti chimici dannosi per la nostra salute, mica come i greci che utilizzavano l’ aceto per scurire i capelli e Cleopatra che in Egitto si serviva esclusivamente dell’ Hennè. Nel Rinascimento invece i capelli venivano scoloriti di proposito con grano, noci e zafferano e lasciati asciugare al sole per ottenere il bel rosso ramato. Gli anni ’80 del novecento hanno portato infine le colorazioni fluo del punk style: viola, arancio, verde, giallo, tinte improbabili e per nulla naturali. Quindi mie care, il voler tingere i nostri capelli non è un vezzo tipico del mondo moderno e non serve solo a coprire i capelli bianchi, ma ci aiuta a sentirci più belle, diverse o simili a qualcun altro, ma felici.

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