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Se questo è un uomo.

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Racconto di una mattinata in pubblica amministrazione.

Sono trascorsi solo pochi giorni dal 16 Ottobre. Tv, web e radio hanno ricordato il triste rastrellamento della comunità ebraica del ghetto di Roma, effettuato dalle truppe tedesche della Gestapo nel ‘43. La sera del 18 ottobre un treno contenente 689 donne, 363 uomini e 207 bambini partì per il campo di Aushchwitz.

Oggi, 19 ottobre 2018 sono in fila in un centro per l’ impiego, è ancora molto presto, ma così bisogna fare per riuscire ad ottenere la prenotazione di un numerino che ti permette di accedere agli uffici. Sono le 07.38 manca ancora 1 ora e mezza prima dell’ apertura delle porte, aspetto in piedi e per  ingannare l’ attesa leggo qualche notizia sul cellulare, mi soffermo sulle parole del Presidente della Repubblica in occasione del 75esimo triste anniversario del rastrellamento: “una ferita incisa che deve essere ricordata”, scorro le notizie, Alberto Angela ha dedicato uno speciale del programma Ulisse affinchè “la storia non si ripeta”. La gente intorno a me aumenta, chiudo il telefono, sono le 8.00, giovani, signori di mezza età, gente umile, gente ben vestita, tutti diversi, ma con la stessa preoccupazione: non riuscire a rientrare tra i primi 20 fortunati. Si ribadisce l’ ordine d’ arrivo, chi è arrivato prima, chi dopo.

Tensione.

So perché sono lì, so già che l’ ufficio di mio interesse si trova ai piani superiori, ma ugualmente rimango in fila, preferisco con educazione chiedere informazioni.

Arrivano i numeri.

La gente si ammassa, spinge, c’ è chi prova a saltare la fila, i posti sono solo venti e poi bisogna andare via, mi accorgo che è inutile prendere un numero che potrei benissimo lasciare a chi è venuto dopo di me, il mio ufficio non è lì. Alzo la mano, chiedo scusa anche un po’ intimorita e non capisco il perchè, in fondo è mio diritto avere informazioni. Chiedo se è possibile fare una domanda, l’ addetta alla consegna dei numeri, mi risponde di no, non posso! Indecisa se prendere o meno il numero e far saltare il turno a qualcun altro lo faccio presente e riprovo a chiedere con educazione. Indispettita mi risponde che non le importa se sono lì per fare imbrogli con i numeri e continua a ripetermi che non posso fare domande che bisogna aspettare che lei finisca la distribuzione. Un po’ umiliata per via dell’ accusa e di quella ramanzina pubblica aspetto in silenzio. Soddisfatta, attraverso i suoi capelli neri mi osserva, finalmente posso fare la mia domanda. Trattengo un nodo in gola, e la cosa non è da me, in genere sono la prima a far valere i miei diritti, le pongo il quesito. Come immaginavo, mi risponde che l’ ufficio non si trova lì e non era necessario fare la fila perché bisogna salire al secondo piano e mettersi nuovamente in coda. Mi faccio largo tra le persone che ancora sono ammassate sulla porta, nessuno si sposta, rimangono uno contro l’ altro, per paura di perdere il proprio turno. Salgo le scale, trattengo le lacrime: è nei doveri di un impiegato rivolgersi così ad un utente? Esiste un grado di superiorità in determinate mansioni che giustifica quel tono a chi chiede qualcosa con educazione?

Altra fila.

Su le cose sono addirittura peggiori, la gente urla, chi rivendica il primo posto, chi chiede se è possibile passare prima, chi ha la nonna in ospedale, chi la macchina in seconda fila. Non sono in grado di affrontare nuovamente tutto, decido di sedermi e lasciare che sia il destino a decidere il mio turno, mi allontano dagli altri sempre stipati uno sull’ altro pur di non perdere il posto. Tocca a me, l’ impiegato per fortuna è gentile, forse percepisce il mio sconforto, prova a farmi sorridere. In meno di 10 minuti sono già fuori con i miei documenti pronti, ma prima..

Bisogna passare nuovamente giù, bisogna protocollare.

Con i fogli in bella vista mi faccio scudo,  chiedo permesso, non sono lì per prendere il loro posto, devo soltanto concludere una pratica cominciata in un altro ufficio, nessuna priorità, qualcuno capisce, mi lasciano passare. Consegno il documento e attendo l’ ultimo foglio. Ringrazio, osservo se sia tutto in ordine, non si sa mai.. e la mia attenzione ricade sulla mia via, per un ufficio della pubblica amministrazione io vivo in via I° Levi, questa volta sorrido ripensando agli articoli letti poche ore prima, un sorriso amaro, la consapevolezza che a 75 anni di distanza non abbiamo imparato cosa significa rispetto, non sto paragonando la mia mattinata alla tragedia e persecuzione subita dagli ebrei sia chiaro, ma è molto triste continuare a ricordare Primo Levi come un numero, poiché se lo si conoscesse un po’ di più non ci sarebbero situazioni simili, prive di riguardo anzi, saremmo tutti in grado di comprendere, amare e rispettare un po’ di più il prossimo.

 

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