Autore: celia

Chi ha paura dell’ usato?

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Sempre più persone oggi acquistano nei mercatini o negozi dell’ usato, grazie anche alle numerose app come Depop, Shpock o siti come Ebay che hanno condizionato la moda del riuso e non solo del risparmio. Quando si parla di negozi dell’usato non bisogna immaginare grandi centri della beneficenza con materiale ammassato sepolto da polvere, bensì veri e propri negozi puliti, outlet dove l’abbigliamento viene accettato solo se in perfetto stato, subito dopo lavato e stirato, dov’ è possibile trovare dischi, dvd, libri e fumetti perfettamente conservati, elettrodomestici funzionanti e se si ha un po’ di fortuna anche pezzi unici e d’ epoca.

Ho acquistato la prima volta in un mercatino a Londra, una realtà completamente diversa, si possono trovare pezzi rari e alternativi. In Svizzera invece sono completamente integrati nel tessuto sociale: Brockenhaus gestite da organizzazioni che ricevono prodotti usati gratuitamente dai cittadini e offrono posti di lavoro per le persone con disabilità, cosa che non accade ancora in Italia dove vi è sempre un guadagno nel disfarsi di qualcosa che non si usa più.

Nel nostro Paese i mercatini sono di due tipi:  le imprese, un normale esercizio commerciale e le cooperative sociali, associazioni di volontariato con lo scopo di creare un’entrata economica per beneficenza, una bellissima realtà questa, ma bisogna sempre ricordare che si parla di usato e i prezzi non dovrebbero mai essere paragonati ad un outlet non di seconda mano. C’ è chi disprezza l’idea di indossare vestiti usati da altri e c’ è chi come me ama il vintage e vestirebbe solo con abbigliamento retro, ma come non temere la paura dell’usato?

Ecco 5 punti per superare la fobia:

  1. In un negozio dell’usato si trova solo il meglio delle mode passate e si sa, le mode ritornano.
  2. Si ha a che fare con pezzi attentamente selezionati, spesso di marca e quindi di qualità.
  3. Varcando la porta è come fare un viaggio nel passato, fra le varie epoche e mode, un po’ come aprire un forziere o una vecchia cassa abbandonata in soffitta.
  4. Ogni oggetto, ogni abito ha una storia, ha vissuto un’avventura e grazie a te può ancora continuare a vivere.
  5. L’ usato può salvare l’ambiente, il riutilizzo è la miglior forma di riciclaggio.

Girlboss – Netflix

 

Sarà l’età, ma a questa moda in serie e usa e getta, non è adatta al mio fisico, ai negozi tutti uguali preferisco perdermi tra una gonna scampanata degli anni ’60, occhialoni vintage e borsette di epoche passate.  E tu, li temi o come me punti ad essere una Girl Boss?

Una fanatica di sua Maestà in Scozia.

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Come disse il padre di William Wallace: “È il buonsenso che ci rende uomini” quindi dopo aver dipinto il mio volto di Rosso e Bianco, decido di proseguire il mio viaggio nel Regno Unito, precisamente in Scozia, Edimburgo, la città di Sir Arthur Conan DoyleSean Connery e Mark Renton, città della letteratura, della medicina e della magia. E’ una città piccola, tetra, gotica, con edifici alti e grigi, simile ad una scenografia teatrale. Il tempo sembra essersi fermato e dai vicoli sembrano spuntare ladri, mendicanti, uomini dai cappelli a cilindro e donne in abito lungo, vita e morte convivono nella stessa città, la vita che va avanti, che si sviluppa accanto ai cimiteri monumentali. La pioggia incessante per tutto il giorno ti ricorda che sei in Scozia, ma non mi lascio scoraggiare, nonostante marzo, la primavera non ci pensa minimamente a “rovinare” con i suoi colori e calore l’ aria lugubre della città.

 

Dal castello a rendere omaggio alla giovani donne uccise brutalmente con l’ accusa di stregoneria, a Grassmarket piazza delle pubbliche esecuzioni, poco lontano dal pub “The last drop” (l’ultima goccia), qui erano condotti i condannati a morte per bere un ultimo bicchiere prima di essere impiccati.

Un saluto al fedele Bobby, il terrier che passò quattordici anni della sua vita davanti alla tomba del suo padrone vegliandola fino alla propria morte.

Una birra a casa di Maggie Dickson, oggi tipico pub scozzese, carne, whisky e una pizza ai pepperoni niente male e in un attimo mi ritrovo a camminare per le vie di Diagon Alley, è difficile trattenersi dalla tentazione di acquistare nei negozietti vintage, ovunque si respira storia, leggenda e magia: dal Monument Scott, 60 metri in stile gotico, in onore dello scrittore scozzese Sir Walter Scott, al museo degli scrittori, dal pub dedicato a Frankenstein,  a quello famoso per aver accolto la scrittrice di Harry Potter durante la stesura del primo capitolo, dal famoso arco sotto il quale stava per essere investito uno dei protagonisti di Trainspotting, ai  bus che promettono spettacoli e tour dell’ orrore, tra souvenir di cashmere e tartan.

Calton Hill e Dean village sono un’ esperienza senza tempo, la prima una collina situata nel centro della città famoso è il Dugald Stewart Monument, un tempio circolare di otto colonne corinzie dedicato al filosofo scozzese Dugald Stewart, simile per struttura, sul modello greco, al Burns Monument, dedicato alla memoria del poeta scozzese Robert Burns. Proseguendo si troviamo The Portuguese Canon e il Nelson Monument, torre usata per regolare il traffico delle navi, infine il bellissimo National Monument, Partenone Scozzese, ahimè costruito a metà. Un luogo speciale rimane Dean Village a pochi minuti dal centro della città, un piccolo villaggio  sul fiume con piccole case di pietra che si conservano così dal XVII secolo. Sono proprio felice di aver gettato l’ ascia di guerra, la Scozia è ancora grande da scoprire.

 

Il Fantasma di Santa Ruba

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1492510659769La Chiesa “bizantino-basiliana” si trova sulla strada che da San Gregorio d’ Ippona porta a Monteleone, bellissima, rurale, con la sua cupola ad ombrello ricoperta di tegole, fu costruita dal conte Ruggero il Normanno per voto o dai monaci Basiliani per i molti contadini del posto. Si narra che quando il papa Callisto II venne in Calabria, Ruggero chiese udienza per farsi perdonare di un grosso peccato, ansioso e agitato fu accolto a braccia aperte dal papa che dopo la confessione gli chiese, in cambio della redenzione, di costruire alcune chiese nella città di Monteleone con la promessa che sarebbe tornato nuovamente in Calabria per consacrarle. Ruggero cominciò subito la costruzione delle chiese e in una strada impervia, proprio su di una rupe avviò i lavori di santa Ruba.

Poco tempo dopo la conclusione della chiesetta, il Conte improvvisamente morì, sua moglie Adelaide allora, per paura che il Papa annullasse l’ imminente viaggio nelle Terre del Sud decidendo di non officiare la consacrazione delle mura, non disse nulla, obbligò tutti a tenere nascosta la notizia del decesso di Ruggero. Al cospetto del papa la donna si scusò per il comportamento del marito, impegnato in una importante battuta di caccia e soltanto a cerimonia conclusa rivelò la triste verità. Callisto allora, pieno di rabbia e rancore maledisse la donna per quella bugia che gli provocò tanto dolore pronunciando queste parole:

“Tu sia maledetta, come un serpente mi hai tratto in inganno e un serpente ti mangerà il cervello!”

Tuonò.

La contessa Adelaide allora invocò il perdono, implorò il pontefice di ritirare quella maledizione, riferì le sue buone intenzioni e cioè la paura di perdere credibilità e potere, ma il papa non volle sentire scuse offeso lasciò la Calabria e gettò la vedova di Ruggero nella disperazione. Visse ogni giorno della sua vita nel terrore, ordinò con succulente ricompense l’uccisione di ogni serpente che si vedeva strisciare lelle strade di Monteleone e nei paesi vicini, recintò la sua abitazione e i posti da lei frequentati, era solita camminare con le vesti sollevate da terra per paura che un serpente potesse nascondersi tra le pieghe della gonna. Fin quando con gli anni non arrivò il giorno della sua morte. Aveva organizzato tutto Adelaide, aveva ordinato la costruzione, all’ interno della chiesa di Santa Ruba, di un sepolcro di pietra dura e sicura di essere scampata alla maledizione, morì.

[ Ma non tutti i serpenti vennero uccisi, uno sopravvisse, il serpente che dalle fredde pietre cadde sulla tomba della donna e a poco a poco cominciò a scavare la pietra e aprirsi un varco all’ interno del sarcofago, avvolse il cranio della donna e cominciò a mangiarlo. La maledizione si era compiuta. Da quel giorno, ancora oggi, il fantasma di Adelaide si aggira disperato e privo della testa all’ interno della chiesa]

La mia versione.

Il mito di Morgana

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Un re barbaro, dopo aver saccheggiato e devastato l’ Impero Romano arrivò fino in Calabria, il suo intento forse era quello di raggiungere le coste oltre il mare, ma arrivato nella città di Reggio rimase incantato dalla bellezza che lì vi trovò: mare calmo, limpido e di un blu talmente scuro da incutere timore. Si stabilì in uno dei meravigliosi palazzi nei pressi del porto e tutte le volte che passava dalle finestre arricchite di colonne e volte osservava la costa in lontananza, impossibile fosse l’Africa, pensava.. troppo vicina! E quella montagna fumante poi, quegli strani zampilli di fuoco.. era sicuramente una terra magica e misteriosa, doveva raggiungerla ad ogni costo. Passava le giornate a studiare strategie per poter arrivare su quell’ isola, interrogò gli abitanti della città per capire di cosa si trattasse, quale strano fenomeno riusciva a far fumare le montagne. Era estate, era il mese di agosto, l’ aria era greve, soffocante, l’ afa talmente fitta da far sembrare che la città fosse avvolta dalla nebbia. Quel giorno si presentò a corte, come spinta dal vento caldo di scirocco una donna bella e alta, dallo sguardo severo, blu come le acque che avevano incantato il Re, il suo nome era Morgana.

avalon-abitanti«Avete ragione Maestà, quello è un luogo incantato, io stessa ne fui attratta anni fa!»

Il Re annuì concorde.

«Mia cara, desidero conquistare quelle terre, ma non so come attraversare il mare, non ho abbastanza navi e uomini in grado di navigare».

Confessò alla donna scoraggiato.

«Ma non è poi così difficile e lontano. Dalla lontana Avalon, la mia Isola natale, decisi di accompagnare mio fratello nel suo lungo viaggio verso la Gloria, arrivati proprio sotto i piedi del monte che sputa fuoco rimasi incantata da tanta forza e bellezza che decisi di rimanere lì, in quella Terra che tanto ricordava la mia casa. Vi assicuro mio Re che lì  l’ aria è sempre calda, troverete alberi di ogni qualità: aranceti e uliveti in abbondanza, cibo e spezie».

Il re urlò di gioia.

«Volete vederla? Non è poi così lontana!»

Esclamò convinta, il re si affacciò dal balcone per ammirare la terra oltre il mare e si accorse che la donna aveva ragione, l’ isola era vicinissima, riusciva a vedere gli alberi, le arance mature e gli uomini che se ne prendevano cura, erano così vicini che poteva addirittura toccarli. Euforico scese le scale del palazzo salì sul suo cavallo e insieme corsero verso il mare. Morgana lo seguiva senza parlare, i suoi occhi erano pieni di soddisfazione, i suoi capelli avevano lo stesso colore del sole che bruciava quella giornata e d’ un tratto il Re si gettò in acqua convinto di poter raggiungere la Sicilia, ma l’isola non era affatto vicina. La donna, che altro non era che una potente maga, sorrideva soddisfatta mentre il suo incantesimo svaniva e il re affogava nelle acque dello stretto.

[ Ancora oggi nelle calde giornate estive, passeggiando sul lungomare della città di Reggio, anche noi possiamo essere vittime dell’ incantesimo di Morgana, talmente potente che non svanì mai del tutto – questo perché quando l’ aria e il mare sono talmente immobili le goccioline d’ acqua, sulla superficie del mare fanno da lente di ingrandimento – e siamo in grado di vedere case, persone e strade dall’ altra parte del mare]

Versione di Celia

Keep your distance!

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La misantropia, dal greco mísos, “odio” e ànthrōpos, “uomo”, è il sentimento antisociale di odio nei confronti del genere umano, accompagnato dal desiderio di solitudine e incapacità di prender parte alla vita sociale. Per qualcuno la misantropia è semplicemente uno stile di vita, per altri una vera e propria patologia, molti riescono a nascondere questo malessere, a me lo si legge in faccia. Il primo misantropo che conobbi in giovane età fu Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, ammetto che parte del mio carattere lo devo a lui, l’ ho costruito attentamente dopo aver divorato le sue avventure, lette e rilette ho scoprire un uomo dalla psicologia perfetto, seppur con un carattere particolare e problematico, tanto da renderlo speciale. Si, avrei potuto assimilare e concentrarmi sulla sua intelligenza anziché sulle sue debolezze e fragilità (che ha sempre combattuto da solo) ma mi affascinava la sua diffidenza verso il genere umano, mi sentivo così vicina a lui con la nostra solitudine, il desiderio di circondarsi solo di poche persone e quindi la fiducia riposta nel dott. Watson che oggi mi ricorda la fiducia che io ho dato a poche persone e che frequento con gioia abitualmente. Più in là rimasi affascinata da un altro racconto, quello del “Dilemma dei porcospinidel filosofo tedesco Schopenhauer:

 «Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per proteggersi col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere».

Ero completamente presa e convinta che all’ uomo basti solo il proprio calore interno per stare bene, non c’ è bisogno di dover avvicinarsi agli altri e di socializzare, perchè è proprio il socializzare, l’interazione tra più persone che porta il misantropo a stare male, non la paura dell’altro come erroneamente si pensa, non è una fobia sociale o l’ansia data da una prestazione, non è il sentirsi inferiori, è proprio odio, insofferenza nel dover trascorrere del tempo con altra gente. La mia tendenza alla rabbia, il fastidio nei confronti di chi non conosco o viceversa conosco fin troppo bene, mi hanno portata a definirmi: una persona che sta bene da sola, fin quando non incontra un’altra persona che considera meritevole e allora non ne può più fare a meno. Quando gli altri, amici(?), conoscenti, parenti, si offendono per il mio modo di essere così “solitaria” o perchè non passo mai abbastanza tempo con loro o perchè ignoro i loro messaggi e telefonate, mi portano a pensare che non hanno mai considerano realmente questa mia condizione di malessere sociale, ed è il motivo principale per il quale le mie amicizie sono sempre finite in modo tragico. Non è colpa mia che non riesco a far capire questo lato del mio carattere, ma la colpa mi azzardo a darla proprio agli altri che pur dicendo di conoscermi bene hanno sempre creato situazioni fastidiose (agli occhi di un misantropo) mi spiego meglio: in pochi capiranno che nel momento in cui il misantropo decide di andare a bere un semplice caffè, entra in quella condizione di autoconvincimento e accettazione del fatto che saranno Lui, Pinco e Pallino, ma se per quel caffè si presenteranno ad esempio altre due persone, allora tutto il lavoro di autoconvincimento va distrutto e ci vorranno  dai 10/15 minuti per accettare gli estranei o convincerlo a rimanere lì seduto senza fare molte storie.

1f32fea455d5f022a93b3b2006a2be5bLa maggior parte delle volte l’odio che provo per la gente è causato dalla gente stessa. Ho capito che quando qualcuno parla di se, tende a ingigantire il suo modo di essere e di vivere, essendo io al contrario una persona che parte sempre da -1, forse per non deludere gli altri (e me stessa principalmente) trovo fastidioso chi si dipinge come l’essere perfetto che vorrebbe far credere, ma non è; avete presente più o meno i genitori che incontrate al supermercato tra il cibo messicano e le piadine integrali che cominciano a raccontarvi la storia dei loro figli, a vantarsi dei loro successi aziendali, proprio quei figli che due ore prima avete visto in foto su facebook senza mutande a bordo bancone di un pub? Oppure quelli che si vantano della loro fama come il photoshoot della tipa “autoscattato” al parco cittadino.. e potrei continuare, ma odio scendere ai livelli di chi scredita gli altri e mette in luce i loro difetti, sto facendo un’eccezione per voi.. mi limito ad odiarli silenziosamente. Lo stesso odio che riverso su chi in comitiva prende di mira la persona che ha più debolezze e comincia a bersagliarla facendo notare a tutti i suoi difetti, mettendola così in imbarazzo, ferendola, credendosi superiore e simpatico, in genere chi lo fa è l’ ignorante del gruppo, quello che nonostante una laurea pensa che Schopenhauer sia la marca di uno shampoo.

Ditemi voi, non soffrite nel dover condividere i vostri spazi, magari anche il contatto fisico e le opinioni con determinate persone? Le feste poi, quanta sofferenza a Natale, Pasqua, Pasquetta e ponti vari, baci abbracci, sorrisi, lo stare insieme, per non parlare delle buone maniere, il sorridere sempre, fingere gioia quando in realtà non vediamo una persona da mesi e magari è pure buona norma chiederle “come stai?” quando non ce ne frega nulla, doverla magari aggiornare sulle nostre abitudini e interessi o peggio dover stare a sentire i suoi quando non ci importa se hai un lavoro di successo o non ne ha affatto uno, perché noi in quel momento non saremo lì ad ascoltarla.

Insomma, questa misantropia prendetela come patologia non come cattiveria, perché non è facile la vita di chi odia l’umanità, basta pensare che la mania piccola e bagnaticcia di un bambino sarà in grado di spiazzare anche il più convinto dei misantropi o che un sms in qui qualcuno disdice un appuntamento sarà l’unica cosa in grado di rallegrare la nostra giornata.

Vi consiglio La Bella e la Bestia

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[può contenere qualche spoiler]

 

Dopo Cenerentola, Alice in Wonderland e il Libro della Giungla, la seconda operazione commerciale Disney riuscitissima: La Bella e la Bestia. Chi di voi non ha amato il film d’ animazione del 1991 a mio parere, insieme a La spada nella roccia e alla Sirenetta è uno dei più belli. Bellissima la storia, bellissimi i personaggi, bellissime le musiche. Già dai primi teaser, i più nostalgici come me avranno avuto un brivido solo nel leggere la famosa frase “Stia con noi” che annunciava il live action, in seguito con l’ uscita dei trailer e la presentazione dei personaggi devo dire che le mie reazioni sono state diverse: da una parte la gioia di rivedere a distanza di tempo uno dei film più belli del cinema, dall’ altra parte la delusione per quanto riguarda la protagonista Belle. Non che non apprezzi Emma Watson, ma avrei preferito qualcuno di più simile al cartone animato, qualcuno dai tratti più dolci, dagli occhioni grandi e un po’ meno furbetti, però devo dire che nel complesso non mi è dispiaciuta, il film è talmente bello e i personaggi talmente particolari che l’ espressione “da dura” della Watson passa in secondo piano.

Il film sicuramente punta al cuore dei nostalgici. Di noi bambini che nel ’91 abbiamo amato Mrs. Bric (Emma Thompson), Chicco, Tockins (Ian McKellen), Lumière (Ewan McGregor), Spolverina (Gugu Mbatha Raw), Maurice (Kevin Kline).. e delle bambine che hanno sognato con la magica “È una storia sai” cantata all’ epoca da Gino Paoli e Amanda Sandrelli e oggi la versione originale è di John Legend e Ariana Grande. I live action altro non sono che la storia dei personaggi di cartoni animati o fumetti interpretati da attori in carne ed ossa, ed è proprio qui che sta la magia, è come se i personaggi che hanno reso magica la nostra infanzia prendessero vita, il sogno di ogni bambino! Quindi non si tratta di una “copia del film” anche se molti sono convinti di questo o altri che sostengono che visto che il film è uguale in tutto e per tutto al cartone animato è inutile andare a guardarlo tanto già lo si conosce, vi assicuro che non è così, molte sono le scene inedite tratte dalla fiaba originale La belle et la bête” o c’ è chi addirittura lo considera solo un inutile “film cantato”, ma quelli a mio parere hanno avuto una pessima infanzia.

Si, è un film cantato, ma come lo era la pellicola del ’91, le canzoni sono uguali, con piccoli inediti e adattamenti, ciò significa qualche cambio di parole per meglio adattare la traduzione al labiale, io c’ ho provato a trattenere le lacrime, anche solo per non rovinare il mascara, ma già alla scena iniziale del “Bonjuor” al marcato non ce l’ho fatta, giuro che scendono da sole, è un misto di commozione e nostalgia, ed ho continuato per tutta la durata del film.

Bella la fotografia, belli i costumi, belli i particolari, l’ arredamento, bellissimo il castello gotico che con il 3D ha un effetto molto inquietante, bellissimi e fedelissimi in ogni dettaglio agli originali i personaggi di Gaston (Luke Evans) e Le Tont (Josh Gad), il primo cattivissimo e senza cuore, l’ altro sembra aver preso veramente vita e cosa più importante vediamo finalmente la Disney abbattere ogni barriera, Le Tont è visibilmente omosessuale, ma non ridicolo o estremamente eccessivo, ovvio il personaggio è quello che è, già nel cartone animato aveva questo aspetto buffo, ma qui ha perfino un’ anima e un cuore. L’ unica grande “delusione” sono state le tre ragazze di Gaston, le ho amate nella versione animata, bellissime, con i loro vestiti simili, ma di diverso colore: rosso, arancio e verde, mentre qui le ho trovate diverse, bruttine e abbastanza anonime, assenti con un ruolo marginale. Per quanto riguarda la Bestia (Dan Stevens) da umano é identico al principe del cartone animato, mentre nei panni da Bestia è meno inquietante, meno aggressivo rispetto al film d’ animazione, tenero fin da subito e visto che si tratta di un film (in 3D) lo immaginavo più spaventoso. Per non parlare poi dell’ immensa biblioteca del castello o della famosa Ala Ovest.

In conclusione vi consiglio di guardare La bella e la Bestia, io ci sono andata con la mia mamma, si.. alla mia età e per chi ancora non l’ avesse fatto (credo nessuno) vi consiglio di guardate anche il cartone animato del 1991, fatelo vedere ai vostri figli e tornate bambini anche voi che non c’ è nulla di male. 

 

L’ ho fatto, ho letto Harry Potter.

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Io che sono una seguace della trilogia de Il Signore degli Anelli e diciamoci la verità il 2001 per me è The Lord of the Rings, il libro fantasy per eccellenza per me è The Lord of the Rings, io che ho vissuto quel periodo di scontro cinematografico Il Signore degli anelli vs Harry Potter schierandomi dalla parte di Frodo e Gran Burrone schifando il mago di Hogwarts, io che ho messo momentaneamente da parte Gandalf e Legolas per aprire il cuore a Tyrion Lannister e Robert Baratheon, io che arrivata all’ età di tremh, ok.. che fino a qualche giorno fa avevo il primato di non conoscere nulla della saga di J. K. Rowling e avevo giurato che mai avrei letto o guardato quella che consideravo una storiella per bambini che nulla capivano di genere fantasy .. HO CEDUTO! Sarà stata colpa di George R.R. Martin che tarda a darci un finale di Game of Thrones degno della serie TV, sarà che il mio ultimo viaggio in Irlanda mi ha influenzato così tanto che sono partita convinta di trovare solo gadget del Trono di Spade (sapendo che la serie televisiva è stata girata in parte a Belfast) e invece mi sono ritrovata Harry Potter ovunque: magliette, calzini e mutande.

tumblr_ns24us7FQC1tsd3m1o1_250Si, questi sono inutili tentativi di giustificazione pur di non ammettere che non sono riuscita a tener fede alle mie promesse, perchè ahimè questo non è l’ unica mia sconfitta, avevo infatti giurato che non avrei mai letto un libro su un supporto digitale (ebook) che mai avrei tradito il profumo della carta, la bellezza delle copertine colorate, l’ attenzione quasi maniacale a non piegare i bordi delle pagine e invece sono stata proprio io a chiedere come regalo di natale un Kindle di Amazon (ovviamente color arancione) e ovviamente quale libro digitale comprare per primo se non proprio il libro odiato(?)!

Era veramente un vanto per me non aver mai letto un libro tanto comune e da profana (o meglio da babbana) vi chiedo di commentare il mio articolo spiegandomi il perché del cambio di traduzione di alcuni nomi. Perché una persona che già parte con mille pregiudizi deve confondersi ancora di più le idee con Tassorosso che diventa Tassofrasso e così altri nomi importanti.

Ovviamente non ho immaginato i protagonisti con il volto degli attori e devo dire che questa cosa ha salvato la mia lettura, lasciatemelo dire, ma il mio Harry era molto più figo rispetto al film, ohh! Ho amato i personaggi di Rubeus Hagrid, dolce, grosso e tanto ingenuo e di Hermione Granger, teneramente antipatica mai quanto Harry Potter con la sua aria da primo della classe, perfetto in tutto. Mi è piaciuto lo stile semplice e veloce della narrazione, bella l’ atmosfera e i riferimenti alla magia, ai maghi e alle streghe. Mi ha sorpresa la descrizione dettagliata del gioco del Quidditch, le sue regole, i giocatori e il campo da gioco, mi sono commossa per i maglioni Weasley e le riflessioni profonde sulla Morte, l’ Amore e l’ Amicizia.. bellissima la frase che il Preside Albus Silente rivolge a Neville Longbottom: “Affrontare i nemici richiede notevole ardimento. Ma altrettanto ne occorre per affrontare gli amici”.  Sicuramente non mi aspettavo di arrivare fino alla fine e sicuramente non è un libro che consiglio ai miei coetanei, perchè leggerlo con 20 anni di ritardo fa perdere tutta la magia e la profondità del messaggio che si trova tra le pagine e gli animi dei personaggi.

Non so ancora se continuare o fermarmi, mai se mai dovessi prendere il secondo volume digitale sarà solo per la gioia di vedere i Corvonero sollevare al cielo la Coppa delle Case.

ci spero eh, niente spoiler.. Buonanotte*

Il mito di Partenope

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La passione per il mare e in particolare per le sirene non poteva non portarmi scrivere delle tre più famose: quelle mitologiche ovviamente, le nostre Sirene, che tra Scilla e Cariddi ammaliarono con il loro canto mortale marinai e pescatori. In particolare voglio raccontarvi LA MIA PERSONALE VERSIONE della storia di Partenope, la più conosciuta delle tre. Chi ha letto il mio breve racconto: “Dalla Parte di Eris” sa che nella mitologia greca le sirene erano in principio creature dall’ aspetto femminile, ma con corpo e ali da uccello, fedeli alla dea Demetra, vennero tramutate da questa in pesci, punizione per non averla aiutata a ritrovare sua figlia Persefone, rapita da Ade, dio degli Inferi. Demetra fece sparire le loro ali, le zampe divennero squamose fino a formare una lunga coda di pesce colore del mare, il busto e il viso rimase quello di donna e le condannò a nuotare per il resto dei loro giorni, con la voce melodiosa avrebbero sedotto giovani marinai fino ad ucciderli con il loro canto, costrette così a passare una vita priva d’ amore e condannate a morire qualora un marinaio fosse riuscito a scampare al loro canto mortale.

partenopeVi era in una Regione della Grecia un Re fiero del suo potere e del suo regno, venerato da tutti, in particolare dalla principessa Partenope: sua figlia. La giovane amava suonare e cantare le gesta eroiche del padre, ogni giorno radunava attorno a se, nel cortile del palazzo reale, ancelle, amiche e fanciulle e insieme cantavano e sognavano storie di principi e amori da favola. Bella, dai lunghi capelli biondi che le coprivano il viso piccolo e candido, nascondendo quasi a proteggere la sua arpa che reggeva tra le mani. Gli occhi blu si riempivano di lacrime ogni qualvolta ricordava la storia della liberazione della città, era la sua preferita, quel racconto l’ aveva sentito tante volte fin da bambina, da sola era riuscito a metterlo in musica e regalarlo all’ intero suo popolo. Un giorno attirato dalla bella voce melodiosa di Partenope arrivò a corte il giovane Cimone, un ragazzo alto e magro dall’ aria trasandata, ma dal cuore nobile, l’ ascoltava cantare nascosto dietro una delle grandi colonne che abbellivano il giardino del Re, se ne innamorò ancora prima di vederla e decise di tornare anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora. Partenope sentiva gli occhi scuri del giovane addosso, l’ attendeva, fino a ricambiare il suo sguardo e anche il suo amore. Dopo gli incontri di musica i due passavano le serate insieme a passeggiare e immaginare il loro futuro insieme, ma Partenope non sapeva che suo padre l’ aveva già promessa in moglie ad un altro uomo, proprio per il bene del suo Regno. Fu quando la ragazza gli raccontò di Cimone e del loro amore che il Re le proibì di incontrarlo ancora. Soffriva per quella decisione e nel vedere gli occhi spenti di sua figlia, ma la parola del Re non poteva essere contraddetta, ma Partenope che non accettava quella decisione, smise di cantare, furono pomeriggi tristi per il Regno senza la sua bella voce e le scogliere ai piedi del mare divennero il nuovo rifugio dei due giovani, il loro ritrovo segreto dove la principessa cantava solo per il suo Cimone. Si dice che la tristezza causata dai silenzi di Partenope lasciò posto ad una pioggia incessante e in seguito ad una terribile carestia.

Era usanza in Grecia, durante le grandi carestie, quando la gente moriva, di allontanare almeno i più giovani facendoli emigrare verso la Maglia Grecia, in cerca di salvezza e di fortuna. Ed è proprio quello che decise di fare il Re, tra i vari giovani scelti costrinse anche sua figlia Partenope a imbarcarsi su quella nave sfortunata e priva di cibo, la giovane vide in quella tragedia la sua unica fonte di felicità, corse in riva al mare, lì dove tutti i giorni incontrava Cimone, lo convinse, e insieme decisero di fuggire verso la libertà. Il tratto di mare che li attendeva era però tra i più pericolosi, terribili creature popolavano quel passaggio obbligatorio per lasciare la Grecia, una bufera li accolse, le rocce strette una all’ altra sembravano voler inghiottire la nave che tra gli scossoni si ribaltò. Il corpo di Cimone già segnato dalla fame non riuscì più a tornare in superficie, Partenope urlava il suo nome, piangeva di dolore ma d’ un tratto una mano ancora più potente sollevò la nave scaraventandola tra gli scogli, mettendo fine a quel viaggio di speranza.

Non so spiegare se per il dolore dell’ amore perduto, per la sofferenza del corpo alleviata con il canto o per la pietà delle creature del mare, ma Partenope sopravvisse a quella notte di tempesta, rimase immobile per giorni, mentre occhi spiritati l’ osservavano in lontananza e il suo corpo nascosto dalle grotte marine piano mutava e così a Ligeia “Voce dell’ Oltretomba” e a Leucosia “La bianca creatura” si unì un’ altra sirena: Partenope “La bellissima dal volto virginale” nulla ricordava della sua vita precedente e insieme alle sue sorelle danzava tra le onde e tra i cumuli di ossa bianche di marinai defunti e da loro lì accatastati. Erano belle e demoniache, i loro capelli avevano i colori del tramonto e le loro code di pesce le sfumature del mare. Ligeia e Leucosia avvistavano le navi, eccitate attendevano che le vele si avvicinassero, ma era Partenope che dava inizio al suo canto e le imbarcazioni per uno strano sortilegio si infrangevano contro gli scogli alti e i marinai pregavano le tre creature di portarli giù negli abissi insieme a loro. Era ben felici le sirena di esaudire quel loro ultimo desiderio e li stringevano in un abbraccio mortale accompagnandoli con la melodia della loro dolce voce mortale.

Ma quel giorno era privo di vento, fu proprio Partenope ad accorgersi per prima della nave in lontananza, ascoltava il rumore dei remi che colpivano il mare calmo, si prepararono le tre sirene ad accogliere quei marinai sfortunati. Disse alle sue sorelle di voler cantare una canzone, le parole le erano venute in mente per tutta la notte, intonò così un canto dolce, raccontò di una terra lontana, di un giovane Re in lotta per salvare la sua Terra e il suo popolo. Era un canto carico d’ amore e di passione, sentiva le urla di un uomo provenire dalla nave sempre più vicina, implorava i suoi compagni di slegarlo, poiché lui era Ulisse e desiderava stringere le braccia di quelle dee. La nave però non sembrava fermarsi e allora Ligeia e Leucosia cantarono più forte aiutando la sorella e convincendo l’ uomo a seguirle. Il marinaio si dimenava, piangeva e urlava, Partenope ne era compiaciuta, ormai quell’ uomo era folle, poteva vedere il suo sguardo fisso, impaziente di gettarsi tra le onde.

“Ma cosa fanno quegli uomini? Perché rimangono indifferenti al nostro canto?”

Inseguirono la nave che lentamente lasciava il loro nido di morte, Partenope si sentì abbandonata, un dolore le trafisse il cuore, un dolore che il suo cuore aveva già sentito, come se il marinaio l’ avesse lasciata lì, sola, nella disperazione. Guardava le sue sorelle come lei incredule a quanto accaduto. Urlò, battè le mani sull’ acqua e tentò di raggiungere la nave, ma più nuotava più il dolore cresceva, mentre da lontano le urla del marinaio legato all’ albero maestro cessavano. Sconvolte le sirene non riuscirono a guardarsi, né a consolarsi, per la prima volta avevano fallito. Non c’ era altro da fare. Ligeia senza dire una parola nuotò fino alle coste del Bruzio, in Calabria e lì sparì. Leucosia si lasciò morire per la vergogna presso Paestum. Partenope nuotò fino a raggiungere la scogliera più alta, si arrampicò a fatica e una volta in cima si gettò, le onde la trasportarono senza vita sulla spiaggia di Castel dell’ Ovo, nel Golfo di Napoli.

Fu la mattina presto che gli abitanti e alcuni pescatori trovarono il corpo di una bellissima donna, non un pesce, ma una creatura quasi celestiale dai lunghi capelli biondi, era troppo bella per lasciarla così priva di una sepoltura, commossi da tanta dolcezza le dedicarono un sepolcro, lì dove oggi sorge la città di Napoli e per tanto tempo l’ onorarono con offerte: latte, miele, ricotta dolce, uova, grano e culti legati al mare. Grata per tutto questo amore e per la pace finalmente ritrovata, pare che la sua bellissima voce si senta ancora adesso per tutto il Golfo facendo accorrere verso il mare abitanti, marinai e curiosi che sperano di sentire ancora la voce melodiosa di Partenope.

Celia

Voglio raccontarti dell’ Irlanda.

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Ricordi il film King Arthur girato a Dublino, ricordi le scogliere, il mare blu e i prati verdi? Li ho visti dal finestrino un po’ logoro di un bus. Ricordi i servizi dei tg negli anni ’90 su Belfast e il clima di guerra?

Oggi a nessuno sembra interessare del mio viaggio a Belfast.. e io ho una gran voglia di raccontare quello che ho visto e quello che ho provato. Solo tu avresti chiesto, ti saresti interessato, mi avresti ascoltato mentre ti descrivevo i luoghi nei quali si è svolta la storia. L’ Irlanda è bella. Come me saresti rimasto sorpreso a sapere che la Guinness non è una birra nera, ma rossa, anche se sicuramente questo tu lo sapevi già. Come me saresti rimasto deluso sentendomi dire che la Cattedrale di San Patrizio, la più bella e la più grande d’ Irlanda, rimane chiusa al pubblico proprio nel mese di Dicembre.. e in seguito se sei fortunato la visita ti costa intorno alle 6€ Sono di gusti difficili lo sai, l’ Irlanda, per quanto mi riguarda l’ ho apprezzata nel momento in cui sono andata via, non dico che non mi sia piaciuta, anzi.. ma non appena sono ripartita ho capito che ormai era troppo tardi, mi era entrata nel cuore, con il suo caos, la sua allegria, il verde e tuttora mi manca. 15578694_359231641097809_7232091513847785160_nMi mancano le stradine, i pub più belli al mondo, la musica celtica, il tempo che cambia nel giro di pochi secondi, le pecore e i folletti, mi manca l’ euforia dei suoi abitanti, i loro capelli veramente arancioni. Forse è tutta colpa di Joyce, sai si dice che non amasse tanto Dubino, eppure le sue opere principali sono ambientate nella sua città natale, anche se lontano ne parla sempre con amorevole nostalgia. Lo ammetto, sono partita influenzata dal suo pensiero e da chi mi diceva che avrei trovato solo divertimento, ma ora che sono rientrata ho capito che per apprezzarla bisogna viverla. Spero in futuro di avere anche un po’ della fortuna artistica di James, “Gente di Dublino” venne rifiutato 18 volte da quindici case editrici differenti, lo sapevi? Beh, ho bevuto una Guinness alla sua, nella speranza che ricambi il favore. Il divertimento c’ è e anche tanto, forse mi sarei aspettata più magia, ma Dublino è una città che ti regala tanto colore e calore. Ho conosciuto Molly, ancora oggi esposta alla sfacciataggine dei turisti, l’ ammetto, anche io come loro ho cercato di portare con me un po’ di fortuna, anche se leggendo la sua storia non credo sia stata una donna felice e fortunata, ma è bella, prosperosa ed elegante mentre trascina il suo carretto, mi sono pentita di quel gesto, ma conosci la mia scaramanzia.

Non solo, sai che i miei viaggi non sono vacanze, ma sono esplorazioni. Ed è proprio per questo che voglio parlarti di Belfast, non è solo la città degli attentati, sebbene questo velo di ansia non credo che abbandonerà mai la città, famosa purtroppo per gli scontri tra Cattolici e Protestanti, unionisti e separatisti, ma è soprattutto una città industriale e tutto lo ricorda.. 15327253_357152504639056_2209279592056115489_nsembra di entrare nei primi del ‘900 e nei pressi del fiume Lagan sembra di rivedere le fabbriche navali e del ferro, è qui che venne costruito il famoso e sfortunato TITANIC. Basta camminare per qualche minuto per entrare in una parte della città che improvvisamente cambia volto, l’ aspetto è sempre quello tipico anglosassone, ma l’ ansia si percepisce più forte, murales colorati, bellissimi, abbelliscono i muri che dividono una zona dall’ altra, Taxi fermi ad ogni angolo e tassisti pazienti che parlano con i turisti, raccontano loro degli scontri, dell’ IRA, del sangue e degli innocenti. Un cancello separa i due quartieri ancora c’ è divisione, tensione da come spiegano i cartelli che ti invitano a non addentrarti tra le case e i quartieri. Tutto mette angoscia, le case di mattoni marroni e porte bianche, tutti uguali come a volersi mescolare, confondere, abbellite da finestre decorate con luci natalizie. Campi da gioco recintati. Sono nella storia, sono in quei posti che io e te guardavano nei Tg, quanta rabbia abbiamo provato, quanta paura, oggi che tutto dovrebbe essere passato ancora aleggia nell’ aria la tristezza. E’ meglio tornare a Victoria Square, il centro di Belfast, maestoso ed elegante, il grande centro commerciale all’ aperto, la City Hall e i mercatini di natale, “saranno sicuri?” mi chiedo.. e subito mi pento di questa affermazione, perchè capisco che il problema oggi non è più Belfast, ma queste stupide guerre giustificate dalla parola “religione”. L’ angoscia che ho toccato a Belfast credo che la porterò sempre con me perché ancora adesso che sono a casa non faccio che pensarla.

Ricordi quando per Natale (di molti anni fa) tu e mamma mi regalaste un portafoglio degli U2 !? Ai tempi ero veramente appassionata di musica, ascoltavo di tutto, soprattutto grazie a voi, ma quel gruppo proprio non riuscivo a digerirlo e ammetto che poco fa ho provato a ripensare al cielo d’ Irlanda con le loro canzoni, ma il pensiero torna a quel Natale, alla faccia di The Edge stampata sulla stoffa nera e arancione, a questo viaggio che è passato troppo velocemente, ma che mi ha arricchita e forse un po’ cambiata, con la promessa che tornerò con te a Belfast e poi a Dublino a bere Guinness cantando Sunday Bloody Sunday e forse a fare quel famoso tour di spade che tanto desidero.

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Mancano 4 giorni a Natale (diceva qualcuno) e io avrei voluto raccontarti molto altro ancora.

Origine e disinformazione sulla festa più spaventosa dell’ anno

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Siamo quasi al 31 Ottobre e su facebook leggo sempre la solita ridicola frase: “Halloween è un’ americanata!!!” Sicuramente queste persone che tra qualche mese andranno fuori di testa per vetrine e oggetti a tema natalizo che nulla hanno a che fare con la celebrazione religiosa, non sanno che questa festa ha origine proprio nel nostro continente e non ha quindi nulla a che fare con l’ America.

 La festa di Halloween ha origine Celtiche, è dunque una festa Anglosassone. E’ ovviamente una festa pagana che si celebra tra il 31 ottobre e il 1° novembre e prende il nome di Samhain, conosciuto come il Capodanno Celtico. Il nome Samhain è irlandese e deriva dall’ antico Samain che significa “fine dell’estate” o “mese di novembre”, la vigilia di Samhain (in irlandese Oidhche Shamhna) era la festività principale del calendario celtico, il primo giorno dell’ anno, celebrato il 31 ottobre, rappresentava l’ultimo raccolto e l’immagazzinamento del cibo per i lunghi mesi invernali. Inoltre i Celti credevano che le anime dei morti vivessero in una dimensione di eterna felicità e che questi spiriti la notte del Capodanno potessero unirsi al mondo dei viventi. Vi era un rituale che consisteva nell’ accensione di un fuoco sacro e con il tempo quello di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero fatto visita ai propri familiari, senza fare loro scherzetti.

Queste stesse persone non sanno che i Romani entrarono in contatto con i Celti e che identificarono Samhain con la loro Lemuria ossia “la festa dei morti” celebrata nei giorni 9 – 11 e 13 maggio. Vi era un rituale che consisteva nel gettare alle spalle fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Con i cristiani il 1° novembre venne istituita la festa di Ognissanti All-Hallows-Eve” (All Saints’ Day) e il  2 novembre il Giorno dei Morti e il rituale ancora in uso in molti paesi specialmente del sud Italia è proprio quello di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti. Nel medioevo con la pratica dell’ elemosina, la gente povera il giorno di Ognissanti andava casa per casa per ricevere cibo in cambio di preghiere per i defunti da recitare il giorno dopo.

Sempre queste persone sicuramente non hanno mai sentito parlare della “Grande Carestia Irlandese” che colpì l’ Irlanda nel 1842 e che costrinse molte persone ad abbandonare l’isola ed emigrare negli Stati Uniti. La comunità irlandese in America continuò la tradizione diffondendola con il tempo in tutta l’ America perdendo i suoi rituali “magici” e acquistando quelli “commerciali”, infatti in Irlanda e Scozia, si utilizzavano lanterne fatte con rape intagliate per ricordare le anime bloccate nel Purgatorio, in America invece si cominciò ad utilizzare le zucche poiché più facili da reperire.

Queste persone ignorano anche che uno stimato antropologo calabrese sostiene che Halloween venisse addirittura festeggiato in Italia, a Serra San Bruno, in Calabria, vi è la tradizione del “Coccalu di muortu”, i bambini dopo aver intagliato una zucca a forma di teschio (in dialetto serrese: coccalu di muortu) girano per il paese chiedendo: “Mi lu pagati lu coccalu?” (Me lo pagate il teschio?).

In conclusione: E’ buona cosa informarsi e documentarsi prima di ripetere la solita inutile frase priva i significato: “E’ un’ americanata” e se i vostri figli vogliono divertirsi allora credo siano più istruiti di voi..

“TRICK OR TREAT, SMELL MY FEET, GIVE ME SOMETHING GOOD TO EAT”

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