Autore: celia

La Storia di Colapesce

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la mia versione

 

C’ era una volta nella città di Messina, in Sicilia, una giovane madre che aveva un figlio di nome Nicola, un apprendista pescatore che passava le sue giornate sempre in acqua, non importa se fosse estate o inverno, Nicola non usciva mai dall’ acqua e la donna era disperata.

«Cola, Cola..»

Lo chiamava urlando dal molo.

«Esci dall’ acqua e torna a casa! Oh Cola.»

Una mattina dopo giorni che non si faceva vedere, la donna esasperata lo maledisse urlando:

«U scrusciu du mari mu ti pigghia, pisci maledettu»

Tutti a Messina, specialmente i pescatori, lo consideravano effettivamente un pesce, tanto che lo chiamavano Colapesce. Le ragazze, sue coetanee, dicevano che era addirittura figlio del dio Nettuno, forse per i capelli ricci e lunghi, gli occhi grandi e neri, le spalle ampie e il sorriso beffardo. Le malelingue al contrario, giuravano di aver visto che le sue mani e i suoi piedi erano palmati. Colapesce andava fiero di quel nomignolo perché l’ acqua era la sua vita e a mollo stava bene, proprio come i pesci. Quando non era intento a nuotare, costretto con la forza da sua madre, riuniva i suoi compagni e raccontava loro le meraviglie che vedeva sul fondo del mare, giurava di aver visto sul fondale della Sicilia montagne immense, boschi con alberi maestosi, pesci enormi da inghiottire più persone contemporaneamente, caverne infinite, e perfino di aver visto il fuoco che teneva in vita il grande Vulcano, ma che non poteva portare le fiamme in superficie, per ovvi motivi.

Era il mese di Luglio quando il Re Ruggero II di Sicilia, visitò Messina, tutto il popolo lo acclamava, le strade erano in festa, le giovinette erano particolarmente felici, in tutta questa euforia soltanto uno rimase nell’ acqua in disparte: Colapesce. Il ragazzo non era per nulla interessato allo sfarzo di quel corteo e continuò catturando l’ attenzione del Sovrano. Finiti i festeggiamenti il Re volle conoscere quel giovane che con il suo atteggiamento lo aveva umiliato e mandò i pescatori del posto a chiamarlo.

«Cola, il Re di Sicilia ti aspetta al Faro di Messina, vuole parlare con te!»

Lo avvisarono. Il giorno dopo Colapesce nuotò fino alla punta estrema di Messina in quel tratto di mare che univa la Sicilia alla Calabria e che veniva chiamato Faro.

«Dunque sei tu Colapesce!»

Lo accolse il Re, sarcastico.

«Ho sentito parlare tanto di te e della tua abilità nel nuoto.»

Circondato dai suoi consiglieri, il Re decise di metterlo alla prova e gettò dall’ alto del faro una coppa d’ oro, ordinando al ragazzo di riportargliela. Colapesce non ci pensò due volte, si immerse e dopo qualche istante riemerse con la coppa tra i denti. Il Re si complimentò e non avendo altro modo per umiliare il ragazzo lo lasciò andare. Il mattino seguente però, dopo una notte insonne ordinò ai suoi uomini di preparare la maestosa imbarcazione reale deciso a mettere ancora una volta Colapesce alla prova. Salparono fino a quando non lo videro nuotare beato tra i delfini.

«Ragazzo mio, voglio sfruttare ancora la tua abilità, ho bisogno di sapere dove poggia il mio Regno! Va’ e dimmi cosa c’ è sotto di noi».

Ordinò.

«Torno subito Sire.»

La madre di Colapesce l’ osservava dalla terraferma con apprensione, ma Cola si immerse, nuotò per lunghi minuti lasciando tutti con il fiato sospeso e subito tornò risalendo fiero.

«Maestà, la Sicilia è poggiata su tre colonne, una, dalla parte di Palermo, mi sembra la più bella e resistente, l’ altra è un po’ scheggiata  e l’ ultima, quella che sorregge Messina, ha qualche crepa».

Colapesce aveva superato l’ ennesima prova, il Re allora disse:

«La coppa era fin troppo grande e ben visibile, facile da recuperare, ma questo no! Dimostrami la tua bravura»

Si sfilò l’ anello e lo gettò negli abissi, Colapesce scese giù, giù e sempre più in fondo, cercò a lungo e vide che in profondità il fondale del mare era poco limpido e molto pesante. Riemerse con qualche difficoltà, ma tra le mani stringeva l’ anello del Re di Sicilia che per poco non cadde in acqua dalla sorpresa.

«E immagino che nel fondo del mare ci siano tesori abbandonati e coralli preziosi!»

Arrotolava la barba con evidente nervosismo e una scintilla di avidità negli occhi chiari e freddi come il ghiaccio.

«No Maestà, questa parte di mare è molto profonda, molto pericolosa, io non mi immergo più!»

Rispose deciso e nuotò per allontanarsi da lì, ma in quell’ istante il Re sfilò la sua corona e la gettò proprio in quel punto.

«Non vorrai che la corona reale simbolo del mio potere vada persa nei fondali del mare? riportamela subito!»

Colapesce era titubante, ma allo stesso tempo non poteva tirarsi indietro, scese fino in fondo e la vide risplendere accanto alla colonna che reggeva Messina, l’ afferrò e in quell’ istante notò che poco più su della sua base la colonna era completamente spezzata.

Attesero lunghi minuti, la madre di Colapesce in ginocchio e tra le lacrime udiva il rumore del mare che le rimbombava in testa e ripensò alle sue parole pronunciate qualche tempo prima: “u scrusciu du mari mu ti pigghia”. La gente si disperava, i pescatori partirono con le loro barche nella speranza di salvarlo , ma nessuno lo vide più. Passarono i giorni, i mesi, il Re  ando’ via da Messina e altri pescatori si immersero per cercarlo, ma nessuno ebbe il coraggio di scendere in fondo agli abissi dove Colapesce scelse di rimanere, trattenendo con le braccia la colonna, sorreggendo la sua città. Ancora oggi è lì in quello che un tempo era il Faro e oggi lo Stretto di Messina, a prendersi cura della sua amata Terra.

Celia P.

Io odio l’ estate.

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Oggi, venerdi 27 maggio primo giorno di caldo. Attendo il primo giorno di trasmissione dello spot estivo di Calzedonia, lo spot che in assoluto distrugge la mia autostima: belle, alte, magre, rotolanti sul bagnoasciuga, temo il loro arrivo e quest’ anno saranno anche munite di crop top a mettere in mostra le belle costole.

Si, la mia è invidia perché io sono a dieta ormai da un mese minacciata dallo sguardo schifato di chi mi sta intorno, di chi per ferirti colpisce nell’ unico punto debole di una donna: “sei ingrassata, ma non solo grassa, sei proprio grossa” colpita e affondata e per la prima volta nella mia vita ho ceduto alla moda delle diete. Addio soffritti, olio e maionese, ho rinchiuso pentole e mestoli per giurare devozione a proteine, fibre, vitamine e frutta. Impensabile per una meridionale mettersi a dieta nel periodo di aprile/maggio questo significa rinunciare a peperoni e melanzane fritte, frittura di pesce, frittelle con fiori di zucca, gelati, paste fredde, pane da intingere in litri di olio e pomodori verdi. Impensabile per me dover cucinare POCO chi mai è rimasto a mangiare da me sa che le portate sono infinite, questo perché da terrona soffro della sindrome della “mamma premurosa” l’ ospite deve uscire rotolando, distrutto, non sia mai si dica che non ha mangiato!!! Perché diciamoci la verità, niente ti gratifica più del cibo. Se prima tritavo le carote e le annegavo in olio e aceto, ora le mangio bollite; le melanzane rimangono anonime, tristi sulla griglia, niente aceto, limone, prezzemolo, aglio e peperoncino e le polpette giacciono nel forno non tra le bolle incandescenti dell’ olio. Ho scoperto che un aiuto per la dieta è la merenda sana. Prima il mio spuntino consisteva in fette di pane cosparse di nutella, ora mi ritrovo a preparare frutta e yogurt, non sono più io!!!!

Non sembra ma pratico sport, o almeno ci provo e anche in questo campo le cose non sono semplici, le vedi in palestra le donne perfette con le loro canotte aderenti, i pantaleggins cuciti sulla pelle.. e poi ci sono io: magliette su magliette per non far vedere la ciccia ballonzolante, l’ 80% degli esercizi eseguiti male, fiatone ad allacciare le scarpe e la bilancia che ti ricorda che nonostante i sacrifici e la dieta sei riuscita a perdere solo 5 etti (una busta di mortadella per intenderci).

Per non parlare di quelle che si “vantano” di essere grasse, solo per sentirsi dire che non è vero, che sono perfette così, ma che guardano le tue braccia pendenti e i tuoi fianchi ridacchiando nei loro vestiti aderenti consolandoti: “ma no, stai bene così!” le odio quasi quanto le modelle di Calzedonia, perchè sappiamo che non è la verità, tu non sei grassa e io sembro lo zampone spiaggiato tra le lenticchie, consapevole di non poter indossare neanche quest’ anno il tanto desiderato costume sgambato alla baywatche e le guarderai prendere il sole mentre tu, sotto l’ ombrellone, mangerai una triste galletta di riso.

Preparatevi ragazze mie, summer is coming

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Ho letto AGGIUNGI UN GIOCO A TAVOLA realizzato da LABIDEE

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ho compilato le schede e ho riprodotto qualche ricetta anche se non ho più 10 anni, il risultato? Mi sono divertita e ho capito che ci si può relazionare con il cibo e mettere un po’ d’ ordine nelle nostre abitudini alimentari.

1463070973086In realtà sono due libri. Entrambi rivolti alle famiglie, poiché è in famiglia che avviene la prima educazione, uno dedicato ai più grandi (“Educare mangiando e crescendo insieme”) e l’ altro ai bambini (“il mondo dei GOVUT”) è frutto del magnifico lavoro di psicologi, nutrizionisti, educatori, gastronomi e formatori. Il progetto EDUEAT nasce dalla collaborazione tra l’Università di Macerata e il Laboratorio delle Idee. Un libro che unisce, sfida e istruisce.

Il primo libro si apre con un MANIFESTO, la costituzione del buon cibo, 10 punti fondamentali per un’ educazione alimentare, almeno un pasto va consumato in famiglia creando comunicazione e confronto. Il cibo è da sempre conflitto tra genitori e figli, quando ero piccola farmi mangiare era un’ impresa l’ unico modo per farmi aprire la bocca era quello di terrorizzarmi o con l’ aspirapolvere, bastava sentire solo il suono o la vista di un amico di famiglia: il temuto Paolo, in genere mi bastava sentire solo il suo nome per ripulire il piatto, nulla di più sbagliato, il cibo è vita, gioia e socialità ed è per questo che non deve essere visto come una tortura adulta, il costringere a dover mangiare per forza. Questi due libri aiutano a capire che è possibile divertirsi anche mangiando, nessuna ricompensa o punizione, nessuna imposizione, dire a un bambino di mangiare per forza una cosa perché fa bene significa ricevere un rifiuto e creare un nemico di quel determinato cibo, che in genere sono la verdura e la frutta.

Questo viaggio all’ interno dei due libri è accompagnato da eroi di fantasia: I GOVUT. Creature magiche dai superpoteri, difensori della terra, ognuno dei quali simboleggia un senso. Abitano tutti a Sensolandia e sono: il folletto Gustino, lo gnomo Olfat, la fata Vistella, l’ elfo Udino e il troll Tattone, tutti impegnati a difendere il buon cibo e a  combattere la grande battaglia contro i loro nemici: l’ orco Junky, il nano Inquinator, la strega Apparence, il fantasma Silent, il gigante Mr. Invisible. Le storie degli eroi di Sensolandia sono uno strumento educativo che si basa sulla narrazione (lo storytelling) raccontare e coinvolgere con lo scopo di far immedesimare i bambini nelle singole storie, cinque racconti già sviluppati e quattro storie aperte con tracce da utilizzare come spunto per un nuovo racconto.

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Polpette di melanzane ricetta a pag. 260

Il segreto è rendere tutti partecipi. La tv disgrega la comunicazione, a tavola i protagonisti sono ormai gli smartphon, lo stile di vita sedentario e le abitudini sbagliate sono causa di malattie e obesità (ipertensione arteriosa, diabete di tipo 2, tumori) bisogna coinvolgere i bambini, scegliere insieme il cibo, conoscere la provenienza e imparare a leggere l’ etichetta. Nel libro lo si fa per mezzo di vere e proprie carte di identità del cibo segnando la provenienza, il nome, il perché e dove si acquista. Ci sono inoltre schede operative da compilare tutti insieme in famiglia come la famosissima “lista della spesa” o l’ abitudine ad acquistare e consumare prodotti tipici durante una vacanza, conoscere posti nuovi anche per mezzo dei piatti locali, senza più l’ odiosissimo “menu per bambini”. Creare, coinvolgere, dare vita a un piccolo orto verticale in terrazzo in modo da far sentire il bambino un piccolo produttore autonomo, basterà qualche piantina di basilico, menta, rosmarino e aprire loro le porte della cucina e della dispensa con un grande occhio di riguardo all’ incolumità, all’ igiene e alla sicurezza.

Tanti sono i temi e le attività presenti nel libro al termine delle quali verranno assegnati dei punti e solo dopo aver raggiunto tutti i traguardi basterà collegarsi a www.edueat.it per ritirare un diploma. Cimentatevi, grandi e piccini con le ricette e le avventure dei Govut, il libro che trasforma il cibo in piacere e che ogni genitore, insegnante, nutrizionista, dentista dovrebbe avere.

LINK UTILI:

Per acquistare il libro: www.edueat.it/pagine/store.html

Che cos’ è EDUEAT: www.edueat.it/pagine/cosae.html

Laboratorio delle idee: www.labidee.com

Semaforo blu

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Stanotte ho sognato un bambino, un semaforo blu e un uomo con gli occhiali.
Il bambino era felice perché il colore blu era il simbolo della sicurezza, non appena scattava quel colore tutti in quel villaggio erano sereni.
Il bambino si é avvicinato all’ uomo con gli occhiali, gli ha sorriso dolcemente e l’ uomo con gli occhiali ha ricambiato il suo sorriso, felice.

Soffritto Universale

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ImmaginesoffrittoNon è vero ma ci credo, dicevano! Io ci credo e anche tanto. Ho sognato la fine del mondo e non è così terribile come si pensa, se non fosse che è arrivata mentre facevo il soffritto.
C’ era una immensa vetrata, le nuvole e una bambina a farmi compagnia, all’ imprivviso il cielo si fece di tanti colori, allegri, simili a quelli dell’ arcobaleno, poi un vortice nell’ aria e la scritta (tipo i caratteri “ripieni” di word) GIUDIZIO UNIVERSALE, il pianto fastidioso della bimba accanto a me e io che tento di tranquillizzarla salvando anche il soffritto. Non siamo morte. C’ era qualcuno nella stanza con noi, ho riconosciuto la sua barba e i suoi occhiali. Mi sono ritrovata seduta ad un immenso tavolo, ancora cibo, vecchi amici e una di loro (preferivo i demoni dell’ oltretomba) vestita da sposa, mi fissava e io piangevo.
Si dice che i brutti sogni sia meglio raccontarli a qualcuno, per non farli avverare, devo farlo al più presto anche se oggi ho rinunciato all’ idea di preparare il soffritto!

Tinte, Parabeni e tanto Arancione.

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Simeon Solomon British, 1840 - 1905 The Toilet of a Roman Lady

Simeon Solomon British, 1840 – 1905 The Toilet of a Roman Lady

Vi avevo già parlato della mia passione per il colore arancione, specialmente sui capelli!!! Già sapete che la colpa è di Camilla, la mia bambola dalla faccia grossa e dalla chioma lanosa e arancione, ero così affezionata, tanto brutta quanto l’ amavo e oggi che ho 30 anni ancora non mi stanco di volerle somigliare. Pensandoci bene però, non sono né la prima né l’ ultima ad emulare qualcuno, specie nel colore della capigliatura, basta fare un salto nel tempo per ricordare che le donne dell’ antica Roma bramavano il biondo delle donne Germaniche e utilizzavano calce e cenere del focolare per schiarire i capelli bruni e renderli ramati, ma utilizzavano anche la betulla e la camomilla. All’ epoca, non ci crederete mai, ma il colore più richiesto era l’ azzurro, ovviamente preferito dalle cortigiane insieme al giallo/arancio!!! [Mh, no, non fate battute sui miei capelli]  Quindi la moda di tingersi i capelli non l’ abbiamo inventata noi “donne dell’ era moderna” i primi tentativi non furono quelli degli anni ‘50/’60 noi abbiamo solo il primato di aver inserito nelle tinte agenti chimici dannosi per la nostra salute, mica come i greci che utilizzavano l’ aceto per scurire i capelli e Cleopatra che in Egitto si serviva esclusivamente dell’ Hennè. Nel Rinascimento invece i capelli venivano scoloriti di proposito con grano, noci e zafferano e lasciati asciugare al sole per ottenere il bel rosso ramato. Gli anni ’80 del novecento hanno portato infine le colorazioni fluo del punk style: viola, arancio, verde, giallo, tinte improbabili e per nulla naturali. Quindi mie care, il voler tingere i nostri capelli non è un vezzo tipico del mondo moderno e non serve solo a coprire i capelli bianchi, ma ci aiuta a sentirci più belle, diverse o simili a qualcun altro, ma felici.

Vi consiglio The Jungle Book Movie

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Ieri sono stata nella giungla, e dopo i primi 10 minuti di delusione totale ho amato questo film!!! Ho atteso da tanto che uscisse al cinema il Libro della Giungla, ero emozionata all’ idea di rivedere sullo schermo tutti i personaggi di quella che per me è la storia più bella in assoluto della letteratura per ragazzi (e non) di Rudyard Kipling, pubblicata nel 1894 ed ancora attualissima, il libro che tutti dovrebbero leggere per imparare a vivere.

Perché l’ attimo di delusione. Perché all’ inizio del film si è già a metà del libro, poi ho smesso di concentrarmi nel trovare similitudini e fare paragoni con il romanzo e il film d’ animazione Disney del 1967 e da quel momento mi sono goduta ogni scena e si, da buona nostalgica ho anche pianto. Il film ha qualcosa di diverso, di nuovo, a differenza del cartone animato troviamo tutti i messaggi e gli insegnamenti lasciati dall’ opera di Kipling: le caratteristiche positive e negative di ciascun personaggio; l’ integrazione; il rispetto; l’ uguaglianza; il coraggio; la fedeltà; la famiglia; l’ amicizia. Ho apprezzato che venisse recitata più volte da parte del Popolo Libero la Legge della Giungla con il suo forte significato:

Questa è la legge della Giungla, tanto antica e vera quanto il cielo: il lupo che la osserverà avrà vita prospera, ma quello che la infrangerà dovrà morire. Come la liana che cinge il tronco dell’albero, la Legge corre avanti e indietro poichè la forza del Branco è nel Lupo e la forza del Lupo è nel Branco”.

Tutto nel film è raccontato in modo veloce, la narrazione è sintetizzata e i personaggi entrano in scena uno dopo l’ altro, come una scaletta, ciascuno ha il suo momento, fa la sua parte ed esce di scena.

book_635965323672876303_Afterlight_EditCi sono tutti o quasi: Il doppiaggio non mi ha delusa, forse perché si dava la voce a degli animali e non a persone o semplicemente perchè realizzato da attori bravi. Raksha ha un ruolo importante (doppiata in Italia da Violante Placido) mentre è quasi eliminata la figura di Babbo Lupo e anche il personaggio centrale di Akela (Luca Biagini) viene sacrificato, pochissime scene per lui, mentre Hathi non viene affatto nominato, però devo ammettere che le scene degli elefanti rimangono le più emozionanti. Ci sono Fratel Bigio o semplicemente Grey e Ikki il simpatico porcospino. Baloo (Neri Marcorè) è un po’ diverso dal personaggio che siamo abituati ad immaginare, ma sempre un gran tenerone, senza dubbio il migliore. Bagheera (Tony Servillo) è l’ unico ad essere rappresentato come nel racconto, saggia e intelligente. Kaa (Giovanna Mezzoggiorno) qui femmina, non proprio buona, rappresenta il momento più significativo del film. Anche Mowgli non mi ha delusa, interpretato da Neel Sethi l’ unico attore in carne ed ossa, convinta di ritrovarmi un bambino fastidioso e lamentoso, invece ho apprezzato la sua interpretazione, anche perché a recitare in solitudine non deve essere stato il massimo e infine Re Louie (Giancarlo Magalli) il personaggio reso famoso nel cartone animato per la canzone “Voglio esser come te” e ultimamente dallo spot di una macchina “I Wan’na Be Like You (The Monkey Song)” . Ah, ma una critica grande la devo pur fare, manca il mio personaggio preferito, colui che ho amato leggendo il libro da bambina: lo sciacallo Tabaqui, descritto da Kipling talmente bene che nonostante il suo essere odioso e meschino ne ha fatto uno dei personaggi più caratteristici.

Non ci sono le canzoni che tra tutte quelle Disney sono a mio parere le più belle, vengono reinterpretate “Lo stretto indispensabile” cantata da Baloo/Marcorè e “Voglio Esser come te” cantata da Re Louie/Magalli quest’ ultima diciamo che è diventata la colonna sonora, per il resto solo musiche di sottofondo scritte per il film e che ricordano le originali come la “Ninna Nanna di Kaa”.

In conclusione vi consiglio di andare a vederlo, grandi e bambini, non importa, è un film che può insegnare tanto, ma un consiglio che mi sento di darvi è quello di leggere il libro, credetemi.. entrare nella giungla può cambiarvi la vita.

Buonanotte.

Mind the gap!

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1450362418665Quanti di voi hanno sentito questa frase? Sicuramente tutti la conoscerete, una delle attrazioni più famose di Londra, senza nominarle tutte, è la voce registrata che avvisa i passeggeri della Metropolitana di fare attenzione al vuoto tra la piattaforma e i binari: “Mind the gap between the train and the platform”!!! ripetono gli altoparlanti appena si aprono le porte dei treni. E’ un avviso che viene ripetuto continuamente dal 1969 ed è diventata quasi con certezza la voce più conosciuta di tutta Londra, uno slogan, un simbolo che si trova anche sulle tshirt, sulle cartoline e sui gadget in giro per la città. A registrare questo avviso fu qualche anno fa Philip Sayer, presentatore della BBC, con la sua voce perfettamente inglese, pacata e molto elegante.

Ricordo di aver ironizzato la prima volta, quando a causa del mio pessimo inglese ho chiesto se dovessimo fare “attenzione ai gatti” perdonatemi, ma il suono era più o meno quello (ero ironica).  A Bow Road era l’ avviso che apriva e chiudeva la mie giornate e lì devo dire che più che vuoto tra treno e banchina c’ è proprio un abisso, un annuncio utile oltre che un segno di riconoscimento e oggi che Philip Sayer per colpa di un brutto male non c’ più, forse quell’ avviso avrà ancora più valore e diventerà l’ unico vero simbolo della Tube.

Papà. Pensieri mai condivisi.

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Per chi non è in grado di parlare o di esprimere per mezzo della parole sensazioni e pensieri, la scrittura è l’ unica valvola di sfogo, condividerlo poi è come parlare ad un amico senza timore. Sono parole che rimangono lì, possono essere ignorate, eliminate, criticate, non è come lasciare il tutto su un pezzo di carta e riporlo in un cassetto, sarebbe come tenere per se un vaff***o.. e si sa, c’ è più gusto a dirlo ad alta voce.

L’ essere umano elabora un lutto ciascuno in modo diverso: c’ è chi si strugge l’ anima, chi si consuma lentamente.. c’ è chi se ne fotte, chi finge di farlo, chi non si sforza neanche di fingere.. c’ è chi ripete parole senza senso alcuno, chi impazzisce, chi fa finta che non sia successo.. c’ è persino chi non capisce, chi dignitosamente si chiude nel suo dolore. Il pensiero della morte ci sfiora appena, ma quando questa si presenta, quando hai a che fare con Lei, ti cambia la vita! E’ inutile dire il contrario, la vita non è più la stessa.

5fb68881-ce99-4cba-bf76-b4cfcde25066Quando la Morte porta via il tuo papà perdi la forza, la rispettabilità, in particolar modo per una figlia “femmina” è come perdere l’ unico uomo della propria vita, il punto di riferimento. Si perde la terra da sotto i piedi. Perdi le tue radici. Vai avanti, ma con le spalle scoperte, però.. nonostante tutto, c’ è una forza che ti spinge a immaginarlo ancora accanto a te! Cambia il rapporto, le parole si uniscono alle lacrime, ai sorrisi, ai ricordi e all’ orgoglio che si prova quando guardandoti qualcuno ti dice: “Gli somigli”! E io vorrei somigliare veramente al mio papà, vorrei essere una minima parte di quello che era lui, vorrei essere amata la metà di quanto era amato lui, vorrei poter lasciare qualcosa di buono come l’ ha lasciata lui. Vorrei non essere così diversa da lui, vorrei non vivere questi momenti di solitudine e sconforto, vorrei metterci un po’ di colore in questo mondo che ormai immagino in nero, vorrei non essere così cattiva da pensare che tutti intorno a me siano desiderosi di abbandonarmi.

Non sono i gesti dovuti a farti stare bene o le solite parole, frasi fatte, ripetute all’ infinito, a volte basta un sorriso a interrompere quegli attimi di tristezza che ti obbligano a rivivere tutto e diventa sempre dura trovare risposte.. io non le ho mai cercate nè nella fede né tanto meno negli uomini, forse la colpa è da dare tutta al destino o forse questi momenti servono per avere istanti solo nostri, attimi in cui possiamo finalmente dire senza vergogna: “Ti amo papà, un amore che dura da sempre  e che non avrà mai una fine”.

Sentieri, Parco delle Serre. Calabria, Italia

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Quando Rosanna mi ha parlato del progetto “Natura e Turismo” all’ interno del parco delle Serre che prevedeva la realizzazione dell’ itinerario e la realizzazione del censimento, era cosí entusiasta che ha trasmetto anche a me la curiosità nello scoprire posti e percorsi naturalistici che ancora non conoscevo. 1456244240477

Sono stati resi fruibili circa 150 km di sentieri naturalistici. Qualche mese fa, sempre da lei, vengo a sapere della fine del loro lavoro nel Parco delle Serre e quindi la fine di una bella opportunità per la nostra Calabria. Oggi che la situazione non è cambiata voglio parlarvene perché penso sia un vero crimine tenere nascosti posti del genere, perché sono posti meravigliosi che si trovano nella nostra Terra. Il Parco Naturale Regionale delle Serre è stato istituito il 5 maggio del 1990 (legge regionale n°48) si estende su un territorio di 17.687 ettari nel cuore della Calabria centrale tra Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria. Sono luoghi ricchi di sorgenti, fiumi, due catene montuose e boschi.

I Sentieri del Parco sono: Anelli sull’ Alaco, un sentiero impegnativo, difficoltà medio/alta, offre due percorsi: uno breve (A) e uno lungo (B), protagonisti sono la ginestra con i suoi fiori profumati richiesti in profumeria e il castagno che ne caratterizza tutto il paesaggio. Proprio nel percorso B si possono trovare strutture edilizie utilizzate in passato come essiccatoi “pastillari”. (Partenza: Edifici di servizio Diga Alaco, lato ovest; CZ. Arrivo: Edifici di servizio Diga Alaco, lato est; CZ. Tramo A 3h – Tramo B 6h) link sitoAnello Bellavista, un percorso semplice, difficoltà medio/alta, su strada sterrata. Protagonisti sono: i faggi, signori dei boschi; l’ agrifoglio e il tasso europeo, un piccolo albero sempreverde. E’ possibile vedere di notte, la lepre italica, un veloce animale che si nutre di foglie. (Partenza: Località Gallone-Fanelli, Piani d’ Acquaro; VV. 5h) link sito.

Archiforo, difficoltà media, in località Rosarella, troviamo il maestoso abete bianco che sopravvive grazie al microclima dell’ Italia. 1456244000640Per secoli la fonte dell’ economia locale fu la produzione di carbone tramite combustione imperfetta del legno è possibile osservare la ricostruzione in miniatura di una carbonaia “lu scarazzu”, covoni di legno formanti un camino centrale. (Partenza: Orto Botanico Rosarella, Serra San Bruno; VV. 2h) link sitoFaggio del Re-Abate, difficoltà media, immerso nel cuore delle Serre tra rocce e minerali, gli scisti ad esempio. In contrada Serricella vi è un’ oasi naturalistica, area pic-nic, fontane e un laghetto abitato dalla trota fario. (Partenza: Faggio del Re SP9, Fabrizia; VV. 5h) link sitoFaggio del Re-Speranza, difficoltà media, i monti sono ricoperti da faggi e abeti secolari, luoghi cari al re Ferdinando di Borbone. Il pino laricio ricordato da Plinio e Virgilio, la specie più slanciata che arriva a superare i 50 metri. La fragaria vesca, le tipiche fragole di bosco da cui si ricava il liquore “fragolino”. (Partenza: Faggio del Re SP9, Fabrizia; VV. 4h) link sitoFerdinandea-Marmarico, percorso lineare e impegnativo, difficoltà medio/alta. Il luogo di partenza è la tenuta di caccia di Ferdinando II di Borbone, oggi proprietà privata. Lungo il sentiero è possibile visitare una delle meraviglie d’ Italia: le Cascate del Marmarico, con 114 metri di caduta d’ acqua. (Partenza: Ferdinandea, Stilo; RC. Arrivo: Cascate del Marmarico, Stilo; RC. 5h) link sito.

- dal sito www.parcodelleserre.it -

foto tratte da: www.parcodelleserre.it

Lacina-Ferdinandea, sentiero lineare, difficoltà media. Accompagnati dal canto del Cuculo dalle piume azzurre o rossicce. Rocce cristalline e bianchissime, formazioni inconsuete a proteggere i piccoli anemoni, fiori bianchi e viola. (Partenza: Lacina, SP43, Brognaturo; VV. Arrivo: Ferdinandea, Stilo; RC. 5h) link sito.

Lacina-Lu Bellu; difficoltà media, tra abeti e meli selvatici possiamo osservare il robusto cinghiale e il fungo legnoso a forma di “mensola” che cresce su latifoglie. (Partenza: Lacina, Brognaturo; VV. Arrivo: Casermetta “Lu Bellu”, Serra San Bruno; VV. 4h) link sitoPecoraro-Lu Bellu, itinerario lineare, difficoltà media, in località “Cruci di Allampatu”, una targa commemora tre boscaioli morti colpiti da un fulmine. Troviamo le nivere, enormi buche rivestite di pietra dove un tempo si conservava la neve. I luogo è la casa dei pettirossi, ma possiamo ammirare anche la torretta avvistamento di epoca borbonica. (Partenza: Cantoniera ANAS di pecoraro, SS110, Stilo; RC. Arrivo: Casermetta “Lu Bellu”, Serra San Bruno; VV. 3h) link sito.

Sul sito www.parcodelleserre.it troverete tutte le informazioni utili su come arrivarci, sui sentieri, itinerari, strutture turistiche. Dopo averle lette o visitate ditemi quale sentiero preferite!!! Potete inoltre scaricare l’ app, inviare una mail a: info@parcodelleserre.it seguirli sulla loro pagina Facebook o chiamare allo 0963772825 e se chiedete della Dott.ssa Rosanna Pupo sarà ben felice di offrirvi una guida dettagliata di questo angolo di paradiso. E’ giusto che il lavoro di questi ragazzi non vada gettato al vento, è giusto conoscere le bellezze della nostra Calabria ed è ancora più giusto difenderle dalla noncuranza e dall’ ignoranza.

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