Categoria: Racconti

Il Fantasma di Santa Ruba

Share

1492510659769La Chiesa “bizantino-basiliana” si trova sulla strada che da San Gregorio d’ Ippona porta a Monteleone, bellissima, rurale, con la sua cupola ad ombrello ricoperta di tegole, fu costruita dal conte Ruggero il Normanno per voto o dai monaci Basiliani per i molti contadini del posto. Si narra che quando il papa Callisto II venne in Calabria, Ruggero chiese udienza per farsi perdonare di un grosso peccato, ansioso e agitato fu accolto a braccia aperte dal papa che dopo la confessione gli chiese, in cambio della redenzione, di costruire alcune chiese nella città di Monteleone con la promessa che sarebbe tornato nuovamente in Calabria per consacrarle. Ruggero cominciò subito la costruzione delle chiese e in una strada impervia, proprio su di una rupe avviò i lavori di santa Ruba.

Poco tempo dopo la conclusione della chiesetta, il Conte improvvisamente morì, sua moglie Adelaide allora, per paura che il Papa annullasse l’ imminente viaggio nelle Terre del Sud decidendo di non officiare la consacrazione delle mura, non disse nulla, obbligò tutti a tenere nascosta la notizia del decesso di Ruggero. Al cospetto del papa la donna si scusò per il comportamento del marito, impegnato in una importante battuta di caccia e soltanto a cerimonia conclusa rivelò la triste verità. Callisto allora, pieno di rabbia e rancore maledisse la donna per quella bugia che gli provocò tanto dolore pronunciando queste parole:

“Tu sia maledetta, come un serpente mi hai tratto in inganno e un serpente ti mangerà il cervello!”

Tuonò.

La contessa Adelaide allora invocò il perdono, implorò il pontefice di ritirare quella maledizione, riferì le sue buone intenzioni e cioè la paura di perdere credibilità e potere, ma il papa non volle sentire scuse offeso lasciò la Calabria e gettò la vedova di Ruggero nella disperazione. Visse ogni giorno della sua vita nel terrore, ordinò con succulente ricompense l’uccisione di ogni serpente che si vedeva strisciare lelle strade di Monteleone e nei paesi vicini, recintò la sua abitazione e i posti da lei frequentati, era solita camminare con le vesti sollevate da terra per paura che un serpente potesse nascondersi tra le pieghe della gonna. Fin quando con gli anni non arrivò il giorno della sua morte. Aveva organizzato tutto Adelaide, aveva ordinato la costruzione, all’ interno della chiesa di Santa Ruba, di un sepolcro di pietra dura e sicura di essere scampata alla maledizione, morì.

[ Ma non tutti i serpenti vennero uccisi, uno sopravvisse, il serpente che dalle fredde pietre cadde sulla tomba della donna e a poco a poco cominciò a scavare la pietra e aprirsi un varco all’ interno del sarcofago, avvolse il cranio della donna e cominciò a mangiarlo. La maledizione si era compiuta. Da quel giorno, ancora oggi, il fantasma di Adelaide si aggira disperato e privo della testa all’ interno della chiesa]

La mia versione.

Il mito di Morgana

Share

Un re barbaro, dopo aver saccheggiato e devastato l’ Impero Romano arrivò fino in Calabria, il suo intento forse era quello di raggiungere le coste oltre il mare, ma arrivato nella città di Reggio rimase incantato dalla bellezza che lì vi trovò: mare calmo, limpido e di un blu talmente scuro da incutere timore. Si stabilì in uno dei meravigliosi palazzi nei pressi del porto e tutte le volte che passava dalle finestre arricchite di colonne e volte osservava la costa in lontananza, impossibile fosse l’Africa, pensava.. troppo vicina! E quella montagna fumante poi, quegli strani zampilli di fuoco.. era sicuramente una terra magica e misteriosa, doveva raggiungerla ad ogni costo. Passava le giornate a studiare strategie per poter arrivare su quell’ isola, interrogò gli abitanti della città per capire di cosa si trattasse, quale strano fenomeno riusciva a far fumare le montagne. Era estate, era il mese di agosto, l’ aria era greve, soffocante, l’ afa talmente fitta da far sembrare che la città fosse avvolta dalla nebbia. Quel giorno si presentò a corte, come spinta dal vento caldo di scirocco una donna bella e alta, dallo sguardo severo, blu come le acque che avevano incantato il Re, il suo nome era Morgana.

avalon-abitanti«Avete ragione Maestà, quello è un luogo incantato, io stessa ne fui attratta anni fa!»

Il Re annuì concorde.

«Mia cara, desidero conquistare quelle terre, ma non so come attraversare il mare, non ho abbastanza navi e uomini in grado di navigare».

Confessò alla donna scoraggiato.

«Ma non è poi così difficile e lontano. Dalla lontana Avalon, la mia Isola natale, decisi di accompagnare mio fratello nel suo lungo viaggio verso la Gloria, arrivati proprio sotto i piedi del monte che sputa fuoco rimasi incantata da tanta forza e bellezza che decisi di rimanere lì, in quella Terra che tanto ricordava la mia casa. Vi assicuro mio Re che lì  l’ aria è sempre calda, troverete alberi di ogni qualità: aranceti e uliveti in abbondanza, cibo e spezie».

Il re urlò di gioia.

«Volete vederla? Non è poi così lontana!»

Esclamò convinta, il re si affacciò dal balcone per ammirare la terra oltre il mare e si accorse che la donna aveva ragione, l’ isola era vicinissima, riusciva a vedere gli alberi, le arance mature e gli uomini che se ne prendevano cura, erano così vicini che poteva addirittura toccarli. Euforico scese le scale del palazzo salì sul suo cavallo e insieme corsero verso il mare. Morgana lo seguiva senza parlare, i suoi occhi erano pieni di soddisfazione, i suoi capelli avevano lo stesso colore del sole che bruciava quella giornata e d’ un tratto il Re si gettò in acqua convinto di poter raggiungere la Sicilia, ma l’isola non era affatto vicina. La donna, che altro non era che una potente maga, sorrideva soddisfatta mentre il suo incantesimo svaniva e il re affogava nelle acque dello stretto.

[ Ancora oggi nelle calde giornate estive, passeggiando sul lungomare della città di Reggio, anche noi possiamo essere vittime dell’ incantesimo di Morgana, talmente potente che non svanì mai del tutto – questo perché quando l’ aria e il mare sono talmente immobili le goccioline d’ acqua, sulla superficie del mare fanno da lente di ingrandimento – e siamo in grado di vedere case, persone e strade dall’ altra parte del mare]

Versione di Celia

Il mito di Partenope

Share

La passione per il mare e in particolare per le sirene non poteva non portarmi scrivere delle tre più famose: quelle mitologiche ovviamente, le nostre Sirene, che tra Scilla e Cariddi ammaliarono con il loro canto mortale marinai e pescatori. In particolare voglio raccontarvi LA MIA PERSONALE VERSIONE della storia di Partenope, la più conosciuta delle tre. Chi ha letto il mio breve racconto: “Dalla Parte di Eris” sa che nella mitologia greca le sirene erano in principio creature dall’ aspetto femminile, ma con corpo e ali da uccello, fedeli alla dea Demetra, vennero tramutate da questa in pesci, punizione per non averla aiutata a ritrovare sua figlia Persefone, rapita da Ade, dio degli Inferi. Demetra fece sparire le loro ali, le zampe divennero squamose fino a formare una lunga coda di pesce colore del mare, il busto e il viso rimase quello di donna e le condannò a nuotare per il resto dei loro giorni, con la voce melodiosa avrebbero sedotto giovani marinai fino ad ucciderli con il loro canto, costrette così a passare una vita priva d’ amore e condannate a morire qualora un marinaio fosse riuscito a scampare al loro canto mortale.

partenopeVi era in una Regione della Grecia un Re fiero del suo potere e del suo regno, venerato da tutti, in particolare dalla principessa Partenope: sua figlia. La giovane amava suonare e cantare le gesta eroiche del padre, ogni giorno radunava attorno a se, nel cortile del palazzo reale, ancelle, amiche e fanciulle e insieme cantavano e sognavano storie di principi e amori da favola. Bella, dai lunghi capelli biondi che le coprivano il viso piccolo e candido, nascondendo quasi a proteggere la sua arpa che reggeva tra le mani. Gli occhi blu si riempivano di lacrime ogni qualvolta ricordava la storia della liberazione della città, era la sua preferita, quel racconto l’ aveva sentito tante volte fin da bambina, da sola era riuscito a metterlo in musica e regalarlo all’ intero suo popolo. Un giorno attirato dalla bella voce melodiosa di Partenope arrivò a corte il giovane Cimone, un ragazzo alto e magro dall’ aria trasandata, ma dal cuore nobile, l’ ascoltava cantare nascosto dietro una delle grandi colonne che abbellivano il giardino del Re, se ne innamorò ancora prima di vederla e decise di tornare anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora. Partenope sentiva gli occhi scuri del giovane addosso, l’ attendeva, fino a ricambiare il suo sguardo e anche il suo amore. Dopo gli incontri di musica i due passavano le serate insieme a passeggiare e immaginare il loro futuro insieme, ma Partenope non sapeva che suo padre l’ aveva già promessa in moglie ad un altro uomo, proprio per il bene del suo Regno. Fu quando la ragazza gli raccontò di Cimone e del loro amore che il Re le proibì di incontrarlo ancora. Soffriva per quella decisione e nel vedere gli occhi spenti di sua figlia, ma la parola del Re non poteva essere contraddetta, ma Partenope che non accettava quella decisione, smise di cantare, furono pomeriggi tristi per il Regno senza la sua bella voce e le scogliere ai piedi del mare divennero il nuovo rifugio dei due giovani, il loro ritrovo segreto dove la principessa cantava solo per il suo Cimone. Si dice che la tristezza causata dai silenzi di Partenope lasciò posto ad una pioggia incessante e in seguito ad una terribile carestia.

Era usanza in Grecia, durante le grandi carestie, quando la gente moriva, di allontanare almeno i più giovani facendoli emigrare verso la Maglia Grecia, in cerca di salvezza e di fortuna. Ed è proprio quello che decise di fare il Re, tra i vari giovani scelti costrinse anche sua figlia Partenope a imbarcarsi su quella nave sfortunata e priva di cibo, la giovane vide in quella tragedia la sua unica fonte di felicità, corse in riva al mare, lì dove tutti i giorni incontrava Cimone, lo convinse, e insieme decisero di fuggire verso la libertà. Il tratto di mare che li attendeva era però tra i più pericolosi, terribili creature popolavano quel passaggio obbligatorio per lasciare la Grecia, una bufera li accolse, le rocce strette una all’ altra sembravano voler inghiottire la nave che tra gli scossoni si ribaltò. Il corpo di Cimone già segnato dalla fame non riuscì più a tornare in superficie, Partenope urlava il suo nome, piangeva di dolore ma d’ un tratto una mano ancora più potente sollevò la nave scaraventandola tra gli scogli, mettendo fine a quel viaggio di speranza.

Non so spiegare se per il dolore dell’ amore perduto, per la sofferenza del corpo alleviata con il canto o per la pietà delle creature del mare, ma Partenope sopravvisse a quella notte di tempesta, rimase immobile per giorni, mentre occhi spiritati l’ osservavano in lontananza e il suo corpo nascosto dalle grotte marine piano mutava e così a Ligeia “Voce dell’ Oltretomba” e a Leucosia “La bianca creatura” si unì un’ altra sirena: Partenope “La bellissima dal volto virginale” nulla ricordava della sua vita precedente e insieme alle sue sorelle danzava tra le onde e tra i cumuli di ossa bianche di marinai defunti e da loro lì accatastati. Erano belle e demoniache, i loro capelli avevano i colori del tramonto e le loro code di pesce le sfumature del mare. Ligeia e Leucosia avvistavano le navi, eccitate attendevano che le vele si avvicinassero, ma era Partenope che dava inizio al suo canto e le imbarcazioni per uno strano sortilegio si infrangevano contro gli scogli alti e i marinai pregavano le tre creature di portarli giù negli abissi insieme a loro. Era ben felici le sirena di esaudire quel loro ultimo desiderio e li stringevano in un abbraccio mortale accompagnandoli con la melodia della loro dolce voce mortale.

Ma quel giorno era privo di vento, fu proprio Partenope ad accorgersi per prima della nave in lontananza, ascoltava il rumore dei remi che colpivano il mare calmo, si prepararono le tre sirene ad accogliere quei marinai sfortunati. Disse alle sue sorelle di voler cantare una canzone, le parole le erano venute in mente per tutta la notte, intonò così un canto dolce, raccontò di una terra lontana, di un giovane Re in lotta per salvare la sua Terra e il suo popolo. Era un canto carico d’ amore e di passione, sentiva le urla di un uomo provenire dalla nave sempre più vicina, implorava i suoi compagni di slegarlo, poiché lui era Ulisse e desiderava stringere le braccia di quelle dee. La nave però non sembrava fermarsi e allora Ligeia e Leucosia cantarono più forte aiutando la sorella e convincendo l’ uomo a seguirle. Il marinaio si dimenava, piangeva e urlava, Partenope ne era compiaciuta, ormai quell’ uomo era folle, poteva vedere il suo sguardo fisso, impaziente di gettarsi tra le onde.

“Ma cosa fanno quegli uomini? Perché rimangono indifferenti al nostro canto?”

Inseguirono la nave che lentamente lasciava il loro nido di morte, Partenope si sentì abbandonata, un dolore le trafisse il cuore, un dolore che il suo cuore aveva già sentito, come se il marinaio l’ avesse lasciata lì, sola, nella disperazione. Guardava le sue sorelle come lei incredule a quanto accaduto. Urlò, battè le mani sull’ acqua e tentò di raggiungere la nave, ma più nuotava più il dolore cresceva, mentre da lontano le urla del marinaio legato all’ albero maestro cessavano. Sconvolte le sirene non riuscirono a guardarsi, né a consolarsi, per la prima volta avevano fallito. Non c’ era altro da fare. Ligeia senza dire una parola nuotò fino alle coste del Bruzio, in Calabria e lì sparì. Leucosia si lasciò morire per la vergogna presso Paestum. Partenope nuotò fino a raggiungere la scogliera più alta, si arrampicò a fatica e una volta in cima si gettò, le onde la trasportarono senza vita sulla spiaggia di Castel dell’ Ovo, nel Golfo di Napoli.

Fu la mattina presto che gli abitanti e alcuni pescatori trovarono il corpo di una bellissima donna, non un pesce, ma una creatura quasi celestiale dai lunghi capelli biondi, era troppo bella per lasciarla così priva di una sepoltura, commossi da tanta dolcezza le dedicarono un sepolcro, lì dove oggi sorge la città di Napoli e per tanto tempo l’ onorarono con offerte: latte, miele, ricotta dolce, uova, grano e culti legati al mare. Grata per tutto questo amore e per la pace finalmente ritrovata, pare che la sua bellissima voce si senta ancora adesso per tutto il Golfo facendo accorrere verso il mare abitanti, marinai e curiosi che sperano di sentire ancora la voce melodiosa di Partenope.

Celia

La Storia di Colapesce

Share

la mia versione

 

C’ era una volta nella città di Messina, in Sicilia, una giovane madre che aveva un figlio di nome Nicola, un apprendista pescatore che passava le sue giornate sempre in acqua, non importa se fosse estate o inverno, Nicola non usciva mai dall’ acqua e la donna era disperata.

«Cola, Cola..»

Lo chiamava urlando dal molo.

«Esci dall’ acqua e torna a casa! Oh Cola.»

Una mattina dopo giorni che non si faceva vedere, la donna esasperata lo maledisse urlando:

«U scrusciu du mari mu ti pigghia, pisci maledettu»

Tutti a Messina, specialmente i pescatori, lo consideravano effettivamente un pesce, tanto che lo chiamavano Colapesce. Le ragazze, sue coetanee, dicevano che era addirittura figlio del dio Nettuno, forse per i capelli ricci e lunghi, gli occhi grandi e neri, le spalle ampie e il sorriso beffardo. Le malelingue al contrario, giuravano di aver visto che le sue mani e i suoi piedi erano palmati. Colapesce andava fiero di quel nomignolo perché l’ acqua era la sua vita e a mollo stava bene, proprio come i pesci. Quando non era intento a nuotare, costretto con la forza da sua madre, riuniva i suoi compagni e raccontava loro le meraviglie che vedeva sul fondo del mare, giurava di aver visto sul fondale della Sicilia montagne immense, boschi con alberi maestosi, pesci enormi da inghiottire più persone contemporaneamente, caverne infinite, e perfino di aver visto il fuoco che teneva in vita il grande Vulcano, ma che non poteva portare le fiamme in superficie, per ovvi motivi.

Era il mese di Luglio quando il Re Ruggero II di Sicilia, visitò Messina, tutto il popolo lo acclamava, le strade erano in festa, le giovinette erano particolarmente felici, in tutta questa euforia soltanto uno rimase nell’ acqua in disparte: Colapesce. Il ragazzo non era per nulla interessato allo sfarzo di quel corteo e continuò catturando l’ attenzione del Sovrano. Finiti i festeggiamenti il Re volle conoscere quel giovane che con il suo atteggiamento lo aveva umiliato e mandò i pescatori del posto a chiamarlo.

«Cola, il Re di Sicilia ti aspetta al Faro di Messina, vuole parlare con te!»

Lo avvisarono. Il giorno dopo Colapesce nuotò fino alla punta estrema di Messina in quel tratto di mare che univa la Sicilia alla Calabria e che veniva chiamato Faro.

«Dunque sei tu Colapesce!»

Lo accolse il Re, sarcastico.

«Ho sentito parlare tanto di te e della tua abilità nel nuoto.»

Circondato dai suoi consiglieri, il Re decise di metterlo alla prova e gettò dall’ alto del faro una coppa d’ oro, ordinando al ragazzo di riportargliela. Colapesce non ci pensò due volte, si immerse e dopo qualche istante riemerse con la coppa tra i denti. Il Re si complimentò e non avendo altro modo per umiliare il ragazzo lo lasciò andare. Il mattino seguente però, dopo una notte insonne ordinò ai suoi uomini di preparare la maestosa imbarcazione reale deciso a mettere ancora una volta Colapesce alla prova. Salparono fino a quando non lo videro nuotare beato tra i delfini.

«Ragazzo mio, voglio sfruttare ancora la tua abilità, ho bisogno di sapere dove poggia il mio Regno! Va’ e dimmi cosa c’ è sotto di noi».

Ordinò.

«Torno subito Sire.»

La madre di Colapesce l’ osservava dalla terraferma con apprensione, ma Cola si immerse, nuotò per lunghi minuti lasciando tutti con il fiato sospeso e subito tornò risalendo fiero.

«Maestà, la Sicilia è poggiata su tre colonne, una, dalla parte di Palermo, mi sembra la più bella e resistente, l’ altra è un po’ scheggiata  e l’ ultima, quella che sorregge Messina, ha qualche crepa».

Colapesce aveva superato l’ ennesima prova, il Re allora disse:

«La coppa era fin troppo grande e ben visibile, facile da recuperare, ma questo no! Dimostrami la tua bravura»

Si sfilò l’ anello e lo gettò negli abissi, Colapesce scese giù, giù e sempre più in fondo, cercò a lungo e vide che in profondità il fondale del mare era poco limpido e molto pesante. Riemerse con qualche difficoltà, ma tra le mani stringeva l’ anello del Re di Sicilia che per poco non cadde in acqua dalla sorpresa.

«E immagino che nel fondo del mare ci siano tesori abbandonati e coralli preziosi!»

Arrotolava la barba con evidente nervosismo e una scintilla di avidità negli occhi chiari e freddi come il ghiaccio.

«No Maestà, questa parte di mare è molto profonda, molto pericolosa, io non mi immergo più!»

Rispose deciso e nuotò per allontanarsi da lì, ma in quell’ istante il Re sfilò la sua corona e la gettò proprio in quel punto.

«Non vorrai che la corona reale simbolo del mio potere vada persa nei fondali del mare? riportamela subito!»

Colapesce era titubante, ma allo stesso tempo non poteva tirarsi indietro, scese fino in fondo e la vide risplendere accanto alla colonna che reggeva Messina, l’ afferrò e in quell’ istante notò che poco più su della sua base la colonna era completamente spezzata.

Attesero lunghi minuti, la madre di Colapesce in ginocchio e tra le lacrime udiva il rumore del mare che le rimbombava in testa e ripensò alle sue parole pronunciate qualche tempo prima: “u scrusciu du mari mu ti pigghia”. La gente si disperava, i pescatori partirono con le loro barche nella speranza di salvarlo , ma nessuno lo vide più. Passarono i giorni, i mesi, il Re  ando’ via da Messina e altri pescatori si immersero per cercarlo, ma nessuno ebbe il coraggio di scendere in fondo agli abissi dove Colapesce scelse di rimanere, trattenendo con le braccia la colonna, sorreggendo la sua città. Ancora oggi è lì in quello che un tempo era il Faro e oggi lo Stretto di Messina, a prendersi cura della sua amata Terra.

Celia P.

Calabria chiama Campania: help cenone di Natale!!!! i miei auguri per Napoli Tà-Ttà

Share

Se penso al Natale in Calabria, la prima immagine è quella di un’ immensa tavolata o più tavoli uniti tra di loro, tutta apparecchiata di bianco e rosso, l’ immagine successiva sono i parenti, tanti parenti, perché amati o odiati che siano il cenone di natale è l’ unico momento in grado di riunire tutti e l’ organizzazione della serata sembra far andare tutti d’accordo… almeno all’ inizio!!!

8 Dicembre. La data che da’ l’ inizio alle festività con la preparazione dell’ albero di natale, il calore natalizio irrompe nelle case con un po’ di quella sana competizione tra parenti, amici e soprattutto vicinato, a decretare quale sia l’ albero meglio addobbato e soprattutto il presepe più completo! Eh si, quella del presepe è una vera e propria sfida di arredamento e scenografia: c’ è chi apre per una volta all’ anno le porte del salone di casa ancora con i divani incellofanati per esporre chilometri di pastori e rappresentazioni di tutti i mestieri dell’ epoca; chi si ingegna a metterli in movimento, pozzi meccanici, laghetti artificiali, specchi nascosti tra le montagne di carta per dare l’ idea del movimento; poi ci sono gli artisti che allestiscono il proprio presepe nei posti più impensabili, all’ interno di un portapane, nel camino inutilizzato, nel tronco scavato di un albero; o quelli più frettolosi e noncuranti di lasciare i pastori in un angolo per terra sotto l’albero di natale. I preparativi e l’ euforia non sono mai cambiati, ma oggi che guardo il Natale con occhi da adulta mi rendo conto che non c’ è più il sapore di un tempo, quando da ragazzina aspettavo con ansia questa festa, sia per la gioia dei regali che per tutte quelle tradizioni speciali che da un po’ di tempo non rivivo più. Il Natale per me è profumo di cannella, vino cotto, cioccolato, canditi, patate e acciughe, di farina sparsa nei cestini di vimini dove mia nonna sistemava le cururicchie e le zeppole, dolci fritti di patate che potevano essere preparate anche con l’ uvetta o le sarde. Natale è rinchiuso in quei panzerotti fatti con i ceci, le mandorle, i pinoli, le nocciole, il cioccolato, il vino cotto, il miele, la buccia del mandarino, un pizzico di caffè, cannella e chiodi di garofano… si, tutto all’ interno di un unico dolce chiamato Fraguni (Fjiaguni) e fritto in tanto olio e poi ricoperto di zucchero! Ma tenevi forte, perché per la tradizione calabrese per la notte di Natale vuole 13 portate sulla tavola, basate su quelli che un tempo erano definiti “alimenti poveri” e ovviamente niente carne, con il parroco del paese costretto ormai ad anticipare la funzione per paura di ritrovarsi solo in chiesa.

24 Dicembre. Le portate: stocco con le patate (stoccafisso), baccalà fritto (merluzzo salato e stagionato), broccoli “affucati”, cavolfiore impanato e fritto, zucca fritta con l’ aceto, fileja (pasta fresca tipica vibonese) con brodo di stocco e fagioli, olive nere, frittelle di ninnata (sardine appena nate), frittelle di zucca, pane, insalata per sgrassare, formaggio, fichi secchi, lupini e credetemi, bisogna assaggiarle tutte per non far rimanere male nonne e zie, sveglie dall’ alba o in cucina già dalla sera prima. Forse la magia natalizia è andata via insieme alle persone amate che oggi non ci sono più e che hanno contribuito a rendere magico il Natale di noi bambini, mi riferisco ai nonni che sono delle creatura magiche e sanno sempre come fare a rendere speciale queste feste o chi come me guarda quella sedia vuota e sa che ormai il Natale non sarà più quello di prima perché l’ unico regalo che vorrei è poter riabbracciare il mio papà… e allora mi impongo di dover continuare con le tradizioni perché è giusto non farle sparire  e con loro il ricordo dei momenti felici passati e quindi si ricomincia a scegliere il vestito adatto, né troppo corto né troppo appariscente per non infastidire il gusto di qualcuno, la preparazione al classico interrogatorio che la santa inquisizione a confronto metteva meno ansia: sei fidanzata? Ma non è che a zia l’ hai presentato e a me no? E quando ti sposi? La scuola? Il lavoro? E perché non te li tagli sti capelli? E perché non mangi di meno? Ma hai imparato a cucinare? Ma fai un figlio che poi sei troppo vecchia!!!!

25 Dicembre. Per fortuna ci sono i cugini, credo che la definizione esatta di cugini sia: fratelli domiciliati in abitazioni diverse, l’ entusiasmo che si ha nel passare questi giorni di Natale insieme viene messo a dura prova dall’ organizzazione dei giochi da tavolo: ore a decidere se è meglio la tombola, ma nessuno vuole zia che compra 12 cartelle, oppure un gioco di società o le carte napoletane. Il divertimento maggiore rimane la sfida a mercante in fiera con zio che mima le carte cercando di farci indovinare di quale personaggio si tratta.

Nord, Sud, Calabria, Campania, Sicilia credo non cambi poi tanto e che la preparazione al cenone di famiglia sia un incubo a cui un po’ tutti siamo affezionati con la consapevolezza che la prima vera domanda che decreterà l’ andamento della serata sarà: “te piace ‘o Presebbio?”

Ps. Per le ricette vi lascio il numero delle mie zie, ma a vostro rischio!!! Buon Natale

La Bambola e il Burattinaio.

Share
Il racconto ha partecipato al #FLA 2014. L' immagine è presa dal web.

Il racconto ha partecipato al #FLA 2014. L’ immagine è presa dal web.

C’ era in una vecchia e polverosa soffitta una bambola abbandonata. Se ne stava seduta lì da anni ormai sotto una finestra semiaperta con gli occhi bassi e la testa piegata in avanti. I capelli castani, chiari, erano maltagliati sulla fronte, forse opera di una bambina dispettosa, ma coprivano ugualmente la sua faccia. Triste. Le braccia abbandonate sulle gambe incrociate. Indossava una vistosa veste arancione con l’ orlo bianco. Tutti gli altri giochi presenti in soffitta non le rivolgevano mai la parola, giocavano tra di loro, ignorandola. Lei si sentiva brutta e vecchia con le sue toppe e le cuciture nere, evidenti. Passava tutto il suo tempo così, nel suo angolo, sicura di non servire più a nulla, di non riuscire ad allietare le giornate di una bambina o regalare istanti di felicità.
Un giorno la porta della soffitta misteriosamente si aprì, entrò nella stanza un uomo magro, secco da fare quasi impressione, alto e imbronciato. Frugò in alcuni degli scatoloni, si guardò intorno, ignorò tutti gli altri giochi presenti nella soffitta e andò diritto dalla Bambola. Lei non sollevò la testa, sicura di non essere di alcun interesse, ma l’ uomo continuava a fissarla, la prese tra le mani grandi, dita lunghe e delicate, la vide così triste e decise di portarla giù con se.
La Bambola lasciò dunque la soffitta, quel luogo per lei sicuro e odioso, si sentiva felice per la prima volta, mentre si allontanava con quell’ uomo, osservava tutti gli altri giochi finalmente orgogliosa di ciò che era.
La vita con quel Burattinaio era meravigliosa, le comprò un nuovo vestito, rosso e giallo, i colori del sole. Cambiò i fili di quelle vecchie cuciture che la tenevano cucita.
La Bambola imparò a sorridere.
Il Burattinaio pensò quindi di legare quattro fili trasparenti, due alle braccia e due alle mani della Bambola e cominciò così a farla muovere, a farla danzare, camminare, farla volare! Insieme si divertivano tantissimo. Lei si fidava di lui e glielo lasciò fare. La portò con se in strada, insieme fecero divertire tutti i bambini del paese, lei lo fissava, seduta nella sua scatola mentre era intento a intingere le mele nel caramello colorato di rosso da regalare ai piccoli dopo ogni spettacolo.
Passarono così i giorni più felici della Bambola, fin quando..
Una sera il Burattinaio rientrò a casa con un’ enorme scatola bianca, lucida. la Bambola impaziente attese che si avvicinasse come sempre, ma quella sera l’ uomo andò dritto in direzione del tavolo dove sistemò la scatola e da lì tirò fuori una bambola nuova, bellissima, con lunghi capelli neri e grandi occhi blu. Il Burattinaio la guardava estasiato, sul volto della Bambola, adagiata per terra dietro di loro, cominciarono a scendere lacrime di dolore, non riusciva a muoversi, era costretta ad osservare i due. Provò a chiudere gli occhi, ma non ci riuscì. Il Burattinaio finalmente le si avvicinò, senza guardarla in volto, slegò i fili trasparenti legati stretti a polsi e alle braccia di pezza e li regalò alla sua nuova bambola. Ci giocò tutta la sera.
A notte fonda, poco prima di andare a letto, si accorse che la sua vecchia compagna di giochi era rimasta stesa sul pavimento. La raccolse, questa volta la guardò e, senza pensarci troppo la gettò nel fuoco, tra le deboli fiamme. La Bambola che piano piano veniva consumata dal fuoco, cominciò a ridere, felice, preferendo bruciare piuttosto che guardare il suo Burattinaio in compagnia di una’ altra bambola.
[Trascorsero gli anni, il burattinaio tornò nella sua vecchia soffitta, cercò a lungo qualcosa, niente! Mise a soqquadro ogni angolo di quella piccola stanza nella speranza di trovare lei: la Bambola. Arrivò sotto la finestra dove un tempo l’ aveva notata e lì cadde in ginocchio, ricordandosi del suo gesto, cominciò a piangere.]
Loading...
X

Il sito utilizza cookie tecnici di prima parte e di profilazione di terze parti per offrire un servizio in linea con le preferenze manifestate nell'ambito della navigazione in rete. Se vuoi saperne di più o negare il consenso ai cookie, clicca su "PRIVACY & COOKIE". Se prosegui nella navigazione selezionando un elemento del sito, acconsenti all'uso dei cookie. Ok