Categoria: Riflessioni

Keep your distance!

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La misantropia, dal greco mísos, “odio” e ànthrōpos, “uomo”, è il sentimento antisociale di odio nei confronti del genere umano, accompagnato dal desiderio di solitudine e incapacità di prender parte alla vita sociale. Per qualcuno la misantropia è semplicemente uno stile di vita, per altri una vera e propria patologia, molti riescono a nascondere questo malessere, a me lo si legge in faccia. Il primo misantropo che conobbi in giovane età fu Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, ammetto che parte del mio carattere lo devo a lui, l’ ho costruito attentamente dopo aver divorato le sue avventure, lette e rilette ho scoprire un uomo dalla psicologia perfetto, seppur con un carattere particolare e problematico, tanto da renderlo speciale. Si, avrei potuto assimilare e concentrarmi sulla sua intelligenza anziché sulle sue debolezze e fragilità (che ha sempre combattuto da solo) ma mi affascinava la sua diffidenza verso il genere umano, mi sentivo così vicina a lui con la nostra solitudine, il desiderio di circondarsi solo di poche persone e quindi la fiducia riposta nel dott. Watson che oggi mi ricorda la fiducia che io ho dato a poche persone e che frequento con gioia abitualmente. Più in là rimasi affascinata da un altro racconto, quello del “Dilemma dei porcospinidel filosofo tedesco Schopenhauer:

 «Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini per proteggersi col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere».

Ero completamente presa e convinta che all’ uomo basti solo il proprio calore interno per stare bene, non c’ è bisogno di dover avvicinarsi agli altri e di socializzare, perchè è proprio il socializzare, l’interazione tra più persone che porta il misantropo a stare male, non la paura dell’altro come erroneamente si pensa, non è una fobia sociale o l’ansia data da una prestazione, non è il sentirsi inferiori, è proprio odio, insofferenza nel dover trascorrere del tempo con altra gente. La mia tendenza alla rabbia, il fastidio nei confronti di chi non conosco o viceversa conosco fin troppo bene, mi hanno portata a definirmi: una persona che sta bene da sola, fin quando non incontra un’altra persona che considera meritevole e allora non ne può più fare a meno. Quando gli altri, amici(?), conoscenti, parenti, si offendono per il mio modo di essere così “solitaria” o perchè non passo mai abbastanza tempo con loro o perchè ignoro i loro messaggi e telefonate, mi portano a pensare che non hanno mai considerano realmente questa mia condizione di malessere sociale, ed è il motivo principale per il quale le mie amicizie sono sempre finite in modo tragico. Non è colpa mia che non riesco a far capire questo lato del mio carattere, ma la colpa mi azzardo a darla proprio agli altri che pur dicendo di conoscermi bene hanno sempre creato situazioni fastidiose (agli occhi di un misantropo) mi spiego meglio: in pochi capiranno che nel momento in cui il misantropo decide di andare a bere un semplice caffè, entra in quella condizione di autoconvincimento e accettazione del fatto che saranno Lui, Pinco e Pallino, ma se per quel caffè si presenteranno ad esempio altre due persone, allora tutto il lavoro di autoconvincimento va distrutto e ci vorranno  dai 10/15 minuti per accettare gli estranei o convincerlo a rimanere lì seduto senza fare molte storie.

1f32fea455d5f022a93b3b2006a2be5bLa maggior parte delle volte l’odio che provo per la gente è causato dalla gente stessa. Ho capito che quando qualcuno parla di se, tende a ingigantire il suo modo di essere e di vivere, essendo io al contrario una persona che parte sempre da -1, forse per non deludere gli altri (e me stessa principalmente) trovo fastidioso chi si dipinge come l’essere perfetto che vorrebbe far credere, ma non è; avete presente più o meno i genitori che incontrate al supermercato tra il cibo messicano e le piadine integrali che cominciano a raccontarvi la storia dei loro figli, a vantarsi dei loro successi aziendali, proprio quei figli che due ore prima avete visto in foto su facebook senza mutande a bordo bancone di un pub? Oppure quelli che si vantano della loro fama come il photoshoot della tipa “autoscattato” al parco cittadino.. e potrei continuare, ma odio scendere ai livelli di chi scredita gli altri e mette in luce i loro difetti, sto facendo un’eccezione per voi.. mi limito ad odiarli silenziosamente. Lo stesso odio che riverso su chi in comitiva prende di mira la persona che ha più debolezze e comincia a bersagliarla facendo notare a tutti i suoi difetti, mettendola così in imbarazzo, ferendola, credendosi superiore e simpatico, in genere chi lo fa è l’ ignorante del gruppo, quello che nonostante una laurea pensa che Schopenhauer sia la marca di uno shampoo.

Ditemi voi, non soffrite nel dover condividere i vostri spazi, magari anche il contatto fisico e le opinioni con determinate persone? Le feste poi, quanta sofferenza a Natale, Pasqua, Pasquetta e ponti vari, baci abbracci, sorrisi, lo stare insieme, per non parlare delle buone maniere, il sorridere sempre, fingere gioia quando in realtà non vediamo una persona da mesi e magari è pure buona norma chiederle “come stai?” quando non ce ne frega nulla, doverla magari aggiornare sulle nostre abitudini e interessi o peggio dover stare a sentire i suoi quando non ci importa se hai un lavoro di successo o non ne ha affatto uno, perché noi in quel momento non saremo lì ad ascoltarla.

Insomma, questa misantropia prendetela come patologia non come cattiveria, perché non è facile la vita di chi odia l’umanità, basta pensare che la mania piccola e bagnaticcia di un bambino sarà in grado di spiazzare anche il più convinto dei misantropi o che un sms in qui qualcuno disdice un appuntamento sarà l’unica cosa in grado di rallegrare la nostra giornata.

E’ passato già un anno?!?

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Si, è già passato un anno da quando ho deciso di smettere di costringervi a leggere e acquistare i miei racconti e di sfogare la mia mania su un foglio virtuale. E’ passato un anno da quando ho messo insieme tutti i #raccontiviolenti. Un anno in cui ho consigliato libri, film, musica e luoghi da visitare. Un anno in cui ho raccontato di folletti, bambole eroi. Un anno di riflessioni, di pochi cambiamenti e una lista sempre più lunga di #OdiEtAmo. E’ passato un anno colorato di ARANCIONE.

Oggi spegniamo una candelina con la speranza che il fumo strascini su, sempre più in alto, i nostri desideri, lontano dagli spiriti cattivi.

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Buon compleanno Mandarinella!!!

Origine e disinformazione sulla festa più spaventosa dell’ anno

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Siamo quasi al 31 Ottobre e su facebook leggo sempre la solita ridicola frase: “Halloween è un’ americanata!!!” Sicuramente queste persone che tra qualche mese andranno fuori di testa per vetrine e oggetti a tema natalizo che nulla hanno a che fare con la celebrazione religiosa, non sanno che questa festa ha origine proprio nel nostro continente e non ha quindi nulla a che fare con l’ America.

 La festa di Halloween ha origine Celtiche, è dunque una festa Anglosassone. E’ ovviamente una festa pagana che si celebra tra il 31 ottobre e il 1° novembre e prende il nome di Samhain, conosciuto come il Capodanno Celtico. Il nome Samhain è irlandese e deriva dall’ antico Samain che significa “fine dell’estate” o “mese di novembre”, la vigilia di Samhain (in irlandese Oidhche Shamhna) era la festività principale del calendario celtico, il primo giorno dell’ anno, celebrato il 31 ottobre, rappresentava l’ultimo raccolto e l’immagazzinamento del cibo per i lunghi mesi invernali. Inoltre i Celti credevano che le anime dei morti vivessero in una dimensione di eterna felicità e che questi spiriti la notte del Capodanno potessero unirsi al mondo dei viventi. Vi era un rituale che consisteva nell’ accensione di un fuoco sacro e con il tempo quello di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti che avrebbero fatto visita ai propri familiari, senza fare loro scherzetti.

Queste stesse persone non sanno che i Romani entrarono in contatto con i Celti e che identificarono Samhain con la loro Lemuria ossia “la festa dei morti” celebrata nei giorni 9 – 11 e 13 maggio. Vi era un rituale che consisteva nel gettare alle spalle fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Con i cristiani il 1° novembre venne istituita la festa di Ognissanti All-Hallows-Eve” (All Saints’ Day) e il  2 novembre il Giorno dei Morti e il rituale ancora in uso in molti paesi specialmente del sud Italia è proprio quello di lasciare cibo e latte per le anime dei defunti. Nel medioevo con la pratica dell’ elemosina, la gente povera il giorno di Ognissanti andava casa per casa per ricevere cibo in cambio di preghiere per i defunti da recitare il giorno dopo.

Sempre queste persone sicuramente non hanno mai sentito parlare della “Grande Carestia Irlandese” che colpì l’ Irlanda nel 1842 e che costrinse molte persone ad abbandonare l’isola ed emigrare negli Stati Uniti. La comunità irlandese in America continuò la tradizione diffondendola con il tempo in tutta l’ America perdendo i suoi rituali “magici” e acquistando quelli “commerciali”, infatti in Irlanda e Scozia, si utilizzavano lanterne fatte con rape intagliate per ricordare le anime bloccate nel Purgatorio, in America invece si cominciò ad utilizzare le zucche poiché più facili da reperire.

Queste persone ignorano anche che uno stimato antropologo calabrese sostiene che Halloween venisse addirittura festeggiato in Italia, a Serra San Bruno, in Calabria, vi è la tradizione del “Coccalu di muortu”, i bambini dopo aver intagliato una zucca a forma di teschio (in dialetto serrese: coccalu di muortu) girano per il paese chiedendo: “Mi lu pagati lu coccalu?” (Me lo pagate il teschio?).

In conclusione: E’ buona cosa informarsi e documentarsi prima di ripetere la solita inutile frase priva i significato: “E’ un’ americanata” e se i vostri figli vogliono divertirsi allora credo siano più istruiti di voi..

“TRICK OR TREAT, SMELL MY FEET, GIVE ME SOMETHING GOOD TO EAT”

Libri, Commessi e Librai

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Avevo già scritto un po’ di tempo fa sull’ unica libreria presente della mia città, lo lascio in fondo all’ articolo.

Oggi, per una persona che vuole avvicinarsi al mondo della lettura, quanto sono d’ aiuto le librerie moderne? Forse la colpa è degli editori e degli autori, visto che tutti possiamo pubblicare un libro e abbandonarlo in libreria, troppe novità che mettono in disparte i vecchi classici, quelli che tutti dovremmo conoscere. Forse il vero motivo è che non esiste più la figura del libraio, il vero appassionato di libri, colui che conosceva tutti i titoli presenti nella sua piccola libreria, senza l’ aiuto del pc, ed era anche in grado di dare ottimi consigli. Mi è capitato di ritrovare queste tipiche “vecchie” librerie a Palermo e a Londra. Sono piccoli spazi stracolmi di mensole e libri, vecchi e nuovi, pile ordinate e sistemate in contenitori di legno quando alle pareti non c’ è più posto per loro, ad accoglierti un tempo c’ era un allegro signore di mezza età o la classica signora sorridente e rassicurante. Non si entrava in libreria solo se si doveva acquistare un libro, si passava dalla libreria e si potevano trascorrere le ore in tranquillità, senza la paura di leggere qualche pagina per poi non comprare nulla e cosa più importante non esistevano gli sguardi diffidenti. Se chiedevi un titolo sbagliato, il libraio non andava nel panico cercando disperatamente una voce su uno schermo, per poi liquidarti con un: “non esiste, mi dispiace” ..  il libraio ci arrivava, perché i libri erano la sua quotidianità e se non c’ era il titolo chiesto, beh di sicuro sapeva consigliarti altro.

Non è una critica nei confronti dei moderni “commessi librai”, ma la differenza ahimè c’ è e si nota! Oggi le librerie sono sempre più grandi perché dentro non ci trovi solo i classici e le immense nuove proposte delle case editrici indipendenti, ci trovi anche giochi, dischi, oggetti, cancelleria, accessori, abbigliamento e il commesso libraio non può, per ovvie ragioni, stare dietro a tutto questo. Le vetrine sono piene di titoli nuovi facendo una netta divisione tra il vecchio e il nuovo, i vecchi romanzi sono visti come imposizioni scolastiche fuori moda, anche se spesso ci ritroviamo i social network pieni di citazioni di libri importanti, ma che non sono mai stati letti. C’ è tanta gente competente, che nonostante la frenesia dell’ immensa libreria riesce a dedicarti del tempo, c’ è chi ti indica a stento la sezione dove poter trovare il genere che ci interessa, c’ è anche chi ha bisogno di titolo/autore/casa editrice/anno di pubblicazione perché senza l’ aiuto di dati sicuri e di un pc non riesce ad esserti d’ aiuto e quando finalmente lo trova ci sono tanti autori con quel nome e una marea di case editrici diverse… panico!!! C’ è chi tenta più volte di cercare quel libro tanto desiderato e dopo averlo prenotato senza successo si affida alla tecnologia, al nuovo modo di leggere i libri: il supporto digitale, perché lì i libri non sono di carta, non hanno il profumo di nuovo, ma ci sono sempre e basta un clic per cominciare a leggere. Per chi si avvicina da poco alla lettura forse è il metodo meno traumatico, perché non si è assaliti dalla vastità di volumi per lo più sconosciuti, perché entrare in libreria per l’ ennesima volta e uscire a mani vuote non si ha voglia.

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E’ da ieri mattina che mi passa nella mente l’ immagine della vecchia libreria della mia città: la vecchia Mobilio, situata dall’ altra parte della strada rispetto a dove oggi si trova la “piccola” in Mondadori. Forse è in quella libreria che ho capito il senso della letteratura per ragazzi. Ci passavo minuti interminabili lì dentro, grazie ai miei genitori che mi hanno trasmesso l’ amore per i libri, mi ci portavano spesso e anche se non acquistavo nulla, entravo e uscivo da quella libreria contenta, soddisfatta. Tutte le volte.
Ricordo questo posto per me immenso, su due piani, tutto in legno e con luci basse. Entrando, oltre il bancone, al centro, c’ era quello che io bambina vedevo come un tavolo, lungo lungo e ricoperto di libri. Su invece, al secondo piano, erano sistemati in penombra i libri “per adulti”, no.. nulla di sconvolgente, erano i classici, quelli impegnativi, i libri seri. E poi c’ era l’ ultima stanza in fondo, diversa dalle altre due, qui le luci non erano soffuse, come a volersi staccare da quel mondo tanto serio e tutto uguale, era la stanza dei libri per ragazzi! Colori allegri, copertine colorate, era l’ ultima stanza, ma in un certo senso era come se fosse la prima, tutto cominciava da lì.
In quella libreria diventai grande anch’ io, per fortuna, prima della sua chiusura, feci anch’ io le scale di legno che portavano al mondo degli adulti, che delusione, non era nulla di straordinario, ma la stanza dei colori, ancora adesso, nei miei ricordi, ha tutto un altro valore!

Giorni Verdi

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Che strano! Sabato sera ne parlavo con un mio amico, abbiamo ricordato i vecchi album, li abbiamo disposti in ordine cronologico, abbiamo criticato il loro cambiamento e oggi leggo che i Green Day suoneranno in Italia. Non nascondo che il mio più grande desiderio sarebbe andare ad un loro concerto, ma ad un vero concerto, quello appunto dei Giorni Verdi di un tempo, quindi combattuta se andare o meno a Milano o Torino ho preferito (con tanta invidia per chi ci andrà) di non rovinare quella bella immagine che ho di loro ferma al 2000.

Li ho scoperti per caso. Grazie alla cover “My Generation” dei The Who inserita nel loro album Kerplunk, ma non era l’ unica canzone che me li fece amare, infatti nello stesso album c’ era la famosissima Welcome to Paradise; Christie Road” e “80” scritta per Adrienne, moglie di Billie Joe Armstong, eh si ragazze mie, mica parliamo dell’ uomo dai capelli scuri e kajal, voce e chitarra del gruppo ai miei tempi era biondo e poi blu!!!

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Gli album 39/Smooth e Slappy sono racchiusi in 1,039/Smoothed Out Slappy Hours, ma l’ album che più di tutti li ha resi dei miti, portando all’ apice del successo lo stile PopPunk, è senza dubbio Dookie e i successi come: “Longview”; “Bascket Case” la colonna sonora di noi ansiosi, ve lo ricordate il video in cui i tre suonano in un ospedale psichiatrico e Billie Joe canta con gli occhi verdi sgranati ? E poi la mia amata “She”; “When I Come Around” eIn the End”. L’ anno dopo esce Insomniac cd introvabile almeno nella mia città, bellissima copertina che richiama la tecnica usata nel Rinascimento Italiano, quella di nascondere le immagini e infatti sono presenti tre teschi, ciascuno per ogni componente del gruppo: Micke Dirnt (basso), Billie Joe (voce e chitarra), Trè Cool (batteria).


Se tutti hanno un album del cuore il mio è senza dubbio
NIMROD e qui è d’ obbligo nominare ogni traccia: da “Good Riddance (Time of Your Life)” la mia canzone, aHitchin’ a Ride”; “Nice Guys Finish Last”;Redundant”; “Scattered”; “The Grouch”; “Worry Rock”; “Walking Alone”; la mitica “King for a Day”; “All the Time”; “Last Ride in”; “Platypus (I Hate You)”; “Uptight”; “Jinx”; “Haushinka”; “Reject”; “Take Back”; “Prosthetic Head”. 1439994178947Erano i tempi dei MSN (Window Live Messenger) dei nickname e dei blog preconfezionati e il mio nick non poteva che essere Verde Day e il sottotitolo del mio primo blog era “princess by dawn” (per chi conoscesse il testo di King for a Day – Nimrod) che me ne vergogno ancora, ma che forse era meglio di mandarinella (so che lo state pensando). Sempre da brava fan (ossessionata) avevo la mia sezione sul pc fisso e non vi nascondo che ora che si è totalmente bruciato il mio pensiero è andato a tutte quelle cartelle di musica e foto!!!  E si, perché per paura che qualcuno rubasse i miei cd o che per uno strano scherzo della tecnologia che avanza, avevo passato minuziosamente tutte la discografia al sicuro(?) sul computer.

L’ ultimo album della band che ho amato, è Warning anni 2000 il grande ritorno con “Blood, Sex and Booze; “Castaway”; Minority e “Misery” per me la canzone del loro addio. Come ho detto all’ inizio ho apprezzato le loro cover: Outsider dei Ramones e “I Fought the Law” dei The Clash. Forse per questo che ad un loro concerto OGGI sarei fuori luogo, perché sono ferma al 2002, perché non troveri nostalgici 30enni a saltare e urlare sulle note di “Bascket Case”, non troverei tre ragazzi dai capelli colorati con tshirt e converse usurate! Forse la loro musica non è mai cambiata, forse sono loro ad essere cresciuti, come tutti noi che volevamo sentirci speciali perché nessuno ascoltava quella musica rumorosa dai testi espliciti. Forse i 30enni come me non accetteranno mai il doler condividere dei miti con questa nuova generazione.. e io personalmente non accetterò il loro cambiamento solo per essere accettati.

 Il cambiamento del logo dice tutto.

Il cambiamento del logo dice tutto.

“Mi sposo”!

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Qualche giorno fa leggevo il post di una delle mie blogger preferite, tema: I MATRIMONI. Come sempre ha trattato l’ argomento con tanta ironia, verità e intelligenza. Mi sono ritrovata nelle sue parole e nel suo stesso odio per questo genere di celebrazioni/festeggiamenti. Questa mattina il discorso è stato ripreso in spiaggia, mi sono ritrovata quindi ad analizzare punto per punto le tappe che portano al giorno tanto desiderato(???) immaginando un mio ipotetico matrimonio. Senza voler criticare nessuna delle mie amiche spose è solo l’ idea in se del matrimonio, sapete già come la penso, altrimenti non avrei creato i #raccontiviolenti.

Io i matrimoni li ho sempre trovati tristi, sono felice per chi si sposa, ma partecipare ad un matrimonio mi mette ansia perché quasi nessuno pensa agli sposi, c’ è tra gli invitati una gara di protagonismo nata con i social: l’ acconciatura particolare, la macchina più lucidata, il vestito più bello, mai utilizzato in altre occasioni, perché facebook lo sa, le foto con tag non mentono, non puoi mettere lo stesso vestito, non puoi avere due foto simili. Nessuno pensa a quei due poveretti costretti a stare prima seduti da soli al centro della navata, poi seduti da soli a mangiare, lontani dal resto degli invitati, costretti di tanto in tanto a passare tra i tavoli e salutare gente che si e no nella loro vita avranno visto 3 volte, chiedendosi: “ma cosa ne sanno questi della nostra storia, di quando ci siamo conosciuti, delle nostre litigate, dei nostri viaggi” e in fine spediti sempre da soli a fare le foto in riva al mare in finte pose assurde e ridicole. Esiste cosa più triste???

Tutto ha inizio con la partecipazione di nozze e noi ci sentiamo come Robb Stark in attesa di essere graziato da Walder Frey. L’ attenzione va subito alla data, ora e luogo: 14 agosto località Roccapinnuzza a 620 km di distanza, ore 16.00!!! Questo significa doversi spostare, in piena estate, prenotare volo, albergo a -3 stelle e subire vari sbalzi di temperatura nel giro di 8 ore. Si, perché per essere alle 16 in chiesa bisogna come minimo prepararsi dalle 14, uscire di casa sotto il sole cocente, con mutanda contenitiva reggipancia di due taglie in meno che a confronto la camicia, giacca e cravatta dello sposo sono freschezza e comodità.. e finire la serata con -10° e scarpe in borsa!!!

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Foto fonte Web

Superato lo shock dell’ invito, bisogna prepararsi ad affrontare quello che credo sia il vero trauma di un matrimonio: l’ addio al nubilato. Non tutte, ma molte si mettono d’ impegno nell’ organizzare la cerimonia di chiusura delle vecchie abitudini, quali guardare film e serie tv a letto spaparanzate, addormentarsi tra chili di molliche rigorosamente integrali, mangiare una scatoletta di tonno direttamente dalla lattina, lavare i piatti solo quando si è a corto di tazzine. Si riuniscono dopo vari preparativi, gasate, ovviamente tra sole donne, come se la sposa da lì a qualche giorno dovesse entrare in un’ altra dimensione, tenuta nascosta dalla vita di tutti i giorni, quindi si darà per scontato che avrà bisogno di una serie di oggetti fallici da portare con sè, dovrà senza scampo sottoporsi a giochi umilianti e urla di incoraggiamento!!! Io ne sono certa, l’ addio al nubilato è l’ invenzione di un gruppo di zitelle invidiose, le stesse che il giorno del matrimonio ti trascinano, schierandoti in fila per il famoso lancio del bouquet, spingeranno, salteranno, senza essere neanche fidanzate, loro lo vorranno a tutti i costi, perché la loro ultima speranza è tutta in quel bouquet, mentre tu lo eviterai coma l’ acqua santa sul demonio.

Ma quando si stabilisce la data del matrimonio? I più esperti dicono che per la riuscita di un buon matrimonio bisogna organizzare tutto almeno un anno prima, andiamo con ordine:

Il ciclo della sposa
Potete immaginare lo stress di una donna durante le ore che precedono il suo matrimonio, ecco.. ora provate ad immaginare una donna stressata e con il ciclo. Senza dubbio sarà lei a scegliere la data, dopo attenti calcoli matematici e lunari che ovviamente non serviranno a nulla, perché nel giro di un anno tra anticipi e ritardi arriverà puntuale il giorno del matrimonio.

Giorno o Sera
Visto che il matrimonio si svolgerà in provincia dell’ Africa, c’ è il dubbio se organizzarlo di giorno o di sera, ovviamente la scelta cadrà sul pomeriggio/sera, questo sarà una benedizione per chi ha tacchi alti e calze contenitive il 14 di agosto, ma in compenso ci saranno scene del tipo nonno in coma sul divanetto del ristorante, bambini dormienti tra sedie unite, la zia senza scarpe con occhi semichiusi a sfidare l’ abbiocco post cena.. ah si, la cena: a base di carne o a base di pesce? Il piatto appena macchiato di crema al formaggio con un calamaro annegato o una fettona di abbacchio morto nel suo grasso? La prima è très chic la seconda molto trash!!! E il ristorante? zona di mare al chiaro di luna o agriturismo immerso nel verde? In genere vince la località con maggiore quantità di insetti e zanzare.

Matrimonio tradizionale o innovativo
Si sa, lo sposo è quello che in genere si considera meno, se non fosse per gli amici e le antiche usanze barbare come il fastidioso e doloroso lancio del pacchetto di riso o il taglio della cravatta, oppure il temburellare ripetutamente il coltello contro il bicchiere. Seppur con manie di protagonismo gli invitati si soffermeranno ad osservare la sposa anche solo per la gioia di trovare qualcosa che non va.. e se non tutte sognano di indossare abiti principeschi e pomposi, si avranno spose con vestiti corti, tagli retro anni ’50 con caviglie scoperte, d’altronde se c’ è una cosa che Enzo Miccio ci ha insegnato è che per la buona riuscita di un matrimonio serve un bel tema: vintage, storico, cinematografico, geografico, artistico e non c’ è cosa più bella che immedesimarsi completamente nel tema scelto, che a mio parere è sempre meglio di fuochi d’ artificio, nido distrutto di tonno su salsa caramellata, riso e petali di rosa. E’ proprio questa la parte più bella e divertente di un matrimonio, organizzare qualcosa per far divertire e sorprendere i propri ospiti, almeno così il momento dei “saluti & busta” sarà meno traumatico. Ed è qui che sorge il dilemma: bisogna farlo capire che si ha bisogno di soldi o durante la messa è meglio pregare che nessuno si presenti con vassoi e cornici d’ argento?

Io sono molto lontana all’ idea di matrimonio, ma una cosa ve la prometto, non sarà in estate e non sarà tradizionale perché ho sempre preferito un giubbino di pelle su abito bianco che fiori tra i capelli!!!

Happy Birthday Mandarinella

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E’ arrivato il momento di parlare dei compleanni, non dei traguardi raggiunti, delle varie differenze tra i 20 e i 30 o di quanto sia bello essere donna… NO, affrontiamo il singolo giorno in cui compiamo gli anni. Non ho mai festeggiato un compleanno o meglio, non ho mai organizzato una festa, non ho mai scelto locali, vestiti, gente da invitare, musica da mettere per far ballare i miei ospiti, ci hanno sempre pensato gli altri o meglio la mia famiglia! Non hanno mai fatto le cose in grande, ma tutte le volte che hanno organizzato qualcosa per me sono mi hanno resa felice.

18 anni. Oggi si scelgono location di lusso (ma anche ai miei tempi) vestiti lunghi, scenografie a tema, acconciature e filmini prefesta in posa sulla riva del mare. Io ho scelto casa mia, per l’ occasione indossavo un’ orrenda gonna lunga color beige e una maglietta che spero un giorno di dimenticare, mio cugino più grande era addetto alle foto, mia madre alle bibite e all’ anguria, le mie cugine a tirarmi su il morale e tutti gli altri a prendere il fresco sul balcone.

20 anni. Gli amici. Io al contrari mangiavo pollo alla diavola a mare, sempre con la mia famiglia. Ricordo questo tavolo lunghissimo e il caldo in quella casa troppo piccola, le teglie piene di cibo che ci passavamo e la torta gelato senza le candeline, che da lì in poi non avrei più utilizzato, fino ai..

30 anni. Due feste. Si perché i 30 sono importanti ed è giusto festeggiare in modo spensierato con gli amici, ovviamente a mia insaputa e infatti il giorno dopo non potevo di certo rompere la tradizione: festa con la mia famiglia!!!

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Regalo di Sabrina Moon del mio cuore!

Se c’ è una cosa in cui siamo veramente bravi in famiglia è organizzare feste, ci impegniamo sul serio e ci divertiamo quando lo facciamo. Adoro i compleanni “degli altri” adoro scegliere i regali per gli altri, adoro immaginare la gioia di chi li riceverà. Al contrario i miei compleanni non li amo così tanto, da bambina è tutto più bello perché sei la protagonista della giornata, ti senti importante, le attenzioni sono tutte su di te e ogni anno che passa è bello perché quello che verrà sarà ancora spensierato. Anche i regali da bambini sono più divertenti, poi man mano che cresci capisci che non è poi così positivo essere tanto emozionati, se ci pensi bene è un altro anno che se ne va, si passa dallo: “stai crescendo, sarai libera, felice, indipendente, tutto sarà bello” allo: “stai invecchiando e nulla sarà più come prima”. Se prima aspettavi con ansia i messaggi di auguri, (su, quanti di voi attendevano la mezzanotte, impazienti di ricevere i primi sms!!!) oggi invece eliminiamo ogni traccia, ogni prova che possa condurre la gente a capire che oggi è il nostro compleanno.

Si, ok oggi si celebra la vita, ma vaglielo a dire a una sociopatica ermetica che ha sempre pianto nel giorno del suo compleanno. Piango perché sono triste, piango perché è l’ unico giorno nonostante tutto in cui mi sento veramente sola, il giorno in cui si hanno troppe aspettative per una giornata che alla fine sarà come tutte le altre o forse più cattiva delle altre, perché anche se non vuoi, ti costringe a fare un bilancio. E se qualcosa accade veramente, mi sorprendo, piango, perché non sono così malvagia e arida come la maggior parte pensa! Di certo non aspetto più i messaggi a mezzanotte e ho tolto anche la data di nascita dai social, non per lo stupido timore a far conoscere la mia età, chissenefrega dell’ età biologica io di anni me ne sento 20 dentro e fuori, ma così ho una buona scusa per non farli, una stupida punizione da infliggere a chi non si è ricordato e nonostante io abbia a che fare con siti e social, se c’ è una cosa che continuerò a fare è segnare su un’ agenda le date importanti, delle persone speciali, senza bisogno che qualcuno lo ricordi per me o forse sono consapevole che nonostante la notifica a pochi importerebbe veramente della mia giornata speciale o se lo fanno è perchè sono obbligati, perché è il social che lo dice, assistendo così a tutti quegli auguri privi di sentimento:

c’ è l’ espansivo (ma solo virtuale): Tanti auguri + tanti cuori

c’ è quello espansivo (ma tirato): Auguroni

c’ è quello che te li fa, ma ti fa capire che per lui è un sacrificio: Auguri!

c’ è quello nerd: *Immagine di torta* / *Immagine di fiore*

c’ è il nostalgico: *foto di qualche tempo fa*

e poi ci sono quelli che ti sorprendono, quelli che ti fanno scoppiare il cuore di gioia e che nonostante odi il giorno del tuo compleanno riescono a renderlo speciale.. ovviamente anche grazie alla famiglia!!!

Chi ha paura del dentista?

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Odontofobia (odonto- e fobia) paura irrazionale del dentista, c’ è poco da ironizzare, non appartiene soltanto alla schiera di noi ipocondriaci, ma il disturbo è stato riconosciuto dall’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Ammettetelo, tutti abbiamo avuto una certa ansia, paura, tremore, senso di soffocamento e sudorazione al solo pensiero di dover chiamare il dentista, figuriamoci andarci!! questo perché il mal di denti (almeno per me) è il dolore più forte da sopportare, non si limita al semplice indolenzimento del dente, no.. coinvolge testa, orecchio, linfonodi e punti che non immaginavo potessero far male, ad esempio: vi è mai capitato di avere male al dente superiore, ma di sentire dolore anche a quello inferiore?

Cosa fa l’ Odontofobico nel tentativo di evitare la sua paura più grande? Rimanda. Evita il dentista affidandosi all’ unico rimedio fai da te.. no, non mi riferisco alla grappa sul dente, so che lo fate in tanti! Ma si affida alle autodiagnosi, imbottendosi di Oki e altri medicinali alleviando il dolore, illudendosi che sia passato del tutto per poi esplodere ovviamente il venerdì sera.. si, perché il mal di denti comincia sempre la sera del weekend, sarà forse una Macumba messa in atto da tutti i dentisti del mondo uniti, che ci porterà a passare 3 giorni di sofferenza bramando che arrivi presto il lunedì, desiderando più di ogni altra cosa di andare dal dentista. Desiderio che svanisce il lunedì mattina, ma ormai il dolore ci ha portati dietro quella porta, con 20 minuti di anticipo, ed è troppo tardi per fuggire. Andare dal dentista è come tornare a scuola per l’ ultima interrogazione, cerchiamo di essere prima di tutto puntuali, come se fare una buona impressione potesse essere d’ aiuto per eliminare paura e dolore.

Veniamo accolti da un strano profumo di pronto soccorso misto a dentifricio agli agrumi, le riviste dell’ ’83, sfogliate fino alla perdita del colore dovrebbero distrarci, ma la vena del collo ci ricorda instancabile quello che da lì a poco avverrà, fingiamo di essere tranquilli, solo perché la sala d’ attesa è piena di bambini e non vogliamo vedano il terrore nei nostri occhi mentre leggiamo del divorzio di Albano e Romina o l’ uscita del primo disco degli Wham. Il questionario da compilare per i nuovi pazienti, per chi come me è leggermente ipocondriaco, è l’ inizio della fine. Leggiamo di possibili patologie e allergie alle quali non avevamo mai pensato prima o indagato su google e la paura dall’ intervento si sposta su una possibile allergia rimasta celata fino a quel giorno e immaginiamo la nostra morte proprio sulla sedia del dentista.

The Dentist film del 1996 di Brian Yuzna

The Dentist film del 1996 di Brian Yuzna

E’ il nostro turno. Indossiamo i calzari come un ubriaco al quale gli si chiede di stare su un piede solo e la prima sensazione di disagio te la causa proprio la poltrona dentistica. Non so voi, ma io la lampada l’ ho sempre immaginata come un lungo alieno, il suo movimento quando si avvicina, pronto a scrutarmi e studiarmi.. e poco più in là la faretra odontoiatrica, ovvero quella parte che contiene gli oggetti di tortura: turbina, manipoli, aria/acqua, tutti quegli strumenti che fanno bzz bzz per intenderci e sul carrello: pinze varie e l’ ansia di trovare l’ incubo della nostra infanzia: l’ apribocca strumento per tenere divaricata la mandibola, che il medioevo a confronto… Superiamo l’ anestesia, il leggero pizzicorio che ci permette di non sentire nulla o quasi, eh si miei cari odontofobici, l’ iniezione non è quella di 30 anni fa, oggi si utilizzano aghi sottilissimi o addirittura la preanestesia del sito della puntura, con un gel anestetico o spray ipotermizzante. Niente più paura dello scarso effetto dell’ anestesia, nessuno ci dirà: “resisti, ho quasi finito, sentirai solo un po’ di dolore”.

Prima fase superata ed ecco che il dentista cerca di instaurare un rapporto di fiducia parlando del più e del meno e facendoci una serie di domande, in attesa di risposta, mentre noi siamo a bocca aperta concentrati se rispondere a versi o dover ingoiare la saliva. Sempre meglio questi dentisti chiacchieroni rispetto a quelli che da bambina non parlavano affatto, l’ unico verso che si sentiva era quello del trapano o dell’ aspiratore e giuravano che non avrebbe fatto male, per poi urlare e rimproverarci come dei dannati al nostro accenno di fastidio. Traumi che portano a dover sopportare il dolore e a non chiedere mai spiegazioni per paura e accettare tutto passivamente come una punizione per le troppe caramelle mangiate, rimanendo seduti su quella poltrona a immaginare quello che accade dall’ altra parte, perché sentendo solo il rumore dei vari attrezzi, senza “vedere” o sapere quello che succede porterà la nostra mente a ipotizzere il peggio, osserveremo una semplice diga di gomma pensando: oddio, dovrà inserirla o servirà a tenere spalancata la bocca?” più o meno come stare sul set del film The Dentist per poi renderci conto che è solo una protezione per la nostra sicurezza.

In pratica l’ odontofobia altro non è che paura del dentista in quanto persona, essendo i denti molto sensibili la maggior parte delle volte usciamo dallo studio odontoiatrico con ancora più dolore di quando siamo entrai e questo ci porterà a vedere il dentista come un sadico che gode nel vederci soffrire passando in sottofondo ad ogni seduta canzoni italiane degli anni ’90 questo non ci permetterà di aprirci per esporre i nostri disagi e chiarire i numerosi dubbi. Secondo me se ogni dentista ci consigliasse di premiarci dopo ogni intervento positivo, magari dedicandoci allo shopping terapeutico contro ansia e tristezza risolverebbero parte dell’ odontofobia.

Ah, esistono anche gli Odontofobici Economici, ma quella è tutta un’ altra storia!!!

In Macchina col Moro

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Ho “conosciuto” Fabrizio Moro nel 2007 in tv, a Sanremo. Non ho mai amato il festival della canzone italiana e non per puro spirito di critica come fanno in molti, la mia continua ad essere solo invidia. Ho sempre desiderato poter suonare il violino, passione che è nata quando ormai avevo troppi anni per dedicarmi alla carriera di violinista e così mi limitavo ad ammirare le professioniste in tv, poi con il tempo l’ ammirazione si è trasformata in fastidio, consapevolezza di non esserci riuscita, ma quella sera la tv era sintonizzata su Rai1 e io ascoltai una canzone: “Pensa” e pensai: ecco, il solito siciliano che farà fortuna con una canzone perbenista contro la mafia, questo vince e ne faranno un eroe. E infatti vinse proprio lui, portandosi dietro un bel po’ di premi, un giovane Fabrizio Moro, un ragazzo non tanto bello, con la pelle scura e la faccia incazzata.

Io giovane 24enne (nel 2008) amante delle fiction e serie tv guardai con curiosità la prima puntata de “Liceali” la sigla non era niente male e subito dopo il film andai a cercare informazioni e guarda un po’ chi mi ritrovo.. Fabrizio Moro: Ah ma quindi non era sparito dalla circolazione dopo il tormentone di Pensa. Quella sera scoprii che non era siciliano, ma un romano con origini calabresi, addirittura della mia stessa provincia!!! Solo per questo meritava un’ altra possibilità. Cercai tutte le sue canzoni: “Non è la stessa cosa”, “Ognuno ha quel che si merita”, “Ci vuole un Business”, “Lisa”, ma quando ascoltai “Parole rumori e giorni” decisi che quella sarebbe stata la mia canzone, la canzone che più mi rappresentava e ne ero sicura, mi avrebbe accompagnata per tutta la vita! Fu grazie al disco “Barabba” del 2009 che decisi di seguirlo.

IMG_20150814_110159Diverso da tutti gli altri cantautori, non ha paura di dire la sua, anche se le sue scelte e idee possano rivelarsi dannose perfino per se stesso, è questo il senso di questo mio scritto, Fabrizio non ha certo bisogno della mia pubblicità, ma è la mia risposta a chi continua a dirmi: ancora fissata con Moro!? come se dovessi vergognarmi solo perché lui è italiano e la maggior parte della gente è rimasta ferma a Pensa. E’ diverso perché da’ importanza alle persone che lo seguono, perché anche se stanco, in ritardo, braccato da manager e organizzatori, ha sempre un minuto per una foto, un abbraccio, un sorriso. E’ diverso perché i suoi concerti non sono spettacoli organizzati, dove canta le sue canzoni una dietro l’ altra, ma se ci vai ti diverti tanto. E’ diverso perché la gente che lo segue è diversa, tutte le volte sotto il suo palco c’ è sempre una grande famiglia che si riunisce, non ci sono donne urlanti o reggiseni volanti. E’ diverso perché chi non lo conosce pensa che si sia ormai montato la testa ed è spaesata quando alla reception di un albergo chiedono del Sig. Moro, ma tu sai bene che forse è meglio chiamarlo Sig. Mobrici.

E’ quello che accadde a me nel 2011, precisamente il 24 Luglio 2011

Conidoni comune di Briatico in provincia di Vibo Valentia, paesino vicino a quello di Fabrizio, chi organizza la serata mi chiede di accompagnarlo a prendere Moro in albergo. Vi lascio solo immaginare la mia agitazione al pensiero che avremmo condiviso la stessa macchina! Durante il viaggio di andata contavo i minuti che separavano Conidoni da Vibo Valentia, per rendermi conto quanti ne avrei avuti a disposizione da passare con lui al ritorno: solo 20minuti. Salvo la situazione, visto che ero l’ unica a conoscenza del suo cognome (non so altrimenti quanto avrebbero aspettato seduti ai divanetti della hall) gli chiedo se vuole sedere davanti, no! fa sedere me.. e in quel momento mi sento come se Ursula avesse intrappolato la mia voce in una lumaca di mare: silenzio. Avevo 20 minuti a disposizione e io continuavo a stare zitta. Per fortuna qualcuno lo avvisa che il mio stato di catatonia è dovuto alla sua presenza e quell’ abbraccio dal sedile posteriore mi farà dire qualcosa di stupido che per fortuna non ricordo. Era il suo manager a parlare, tanto!!! e non so come ci siamo ritrovai a discutere dell’ amore per la Calabria e della mia passione per la scrittura, ricordo bene.. questo si, mai lo dimenticherò, mi disse di non arrendermi e di non abbandonarli i miei sogni. Da quella sera, sono sincera, tutte le volte che devo prendere una decisione importante ripenso a quelle parole che mi hanno dato nel tempo il coraggio di pronunciare importanti NO: agli editori con tanta passione per il denaro e poca per i libri, ai compromessi fastidiosi, alle richieste velate.

L’ abbraccio che gli chiesi fu il primo di una unga serie: oggi se voglio notare i cambiamenti fisici che ho subito negli anni mi basta riguardare le foto che puntualmente ogni anno faccio con lui e continuerò a ricorrerlo e farne ancora altre, anche quando gli organizzatori di un concerto decideranno che non devi, quando ti allontaneranno con la forza solo perché hanno una camicia azzurra, quando alzeranno le “sbarre” per far passare la figlia dell’ amico importante mentre tu devi rimanere dall’ altro lato. Ma non sapranno mai che la camicia azzurra non potrà niente contro chi lo “conosce” da anni e non si darà per vinta e preferirà andare via e aspettarlo sotto il suo albergo perché sa bene che lui un minuto per un abbraccio lo troverà sempre.

Nell’ aprile 2013 esce “L’ Inizio” il suo VI Album, lo stesso mese in cui avveniva la mia fine. Smisi di ascoltare musica, di qualunque genere, non ascoltai più nulla per due anni, poi.. “Buongiorno papà” non immaginate quanto bisogno avessi di parlare con il mio papà, due anni senza di lui e il titolo di quella canzone mi invogliava a parlarci ancora. L’ ascoltai e dopo quella altre e “Da una sola parte” divenne la canzone che più rappresentava il mio cambiamento, la forza e la voglia di poter fare ancora delle scelte: la dichiarazione di quel tale che ha fallito ma vivendo proprio come lui voleva” beh, ero certamente io senza dubbio.

Lo sto elogiando troppo dite!? Sappiate che anche lui mi ha delusa e durante l’ ultimo concerto qualche insulto se l’ è beccato: Odi et amo, uno dei luoghi comini più famosi della letteratura, ed è questa la cosa che più mi piace, le emozioni che è in grado di regalarmi, sempre, la consapevolezza del suo essere “normale” e non sarò mai una di quelle “fan veneratrici” perchè quando una cosa non piace bisogna dirla, d’altronde ho avuto un buon maestro. E’ inutile tornare su quel discorso, si è detto tanto e ha dato le sue spiegazioni, la mia era solo paura del cambiamento, paura di non trovare più Fabrizio nella famosa roulotte in attesa di salutare ogni componente della sua grande famiglia. Per fortuna ho notato che a cambiare è solo la gente che gli sta intorno, lui per tutti noi continuerà ad essere il ragazzo con la chitarra e il cappello.

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Geek, Hipster e Nerd le nuove tipologie del maschio moderno

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Avete mai sentito pronunciare queste tre parole? Ultimamente sono entrate a far parte del nostro linguaggio grazie a film, serie tv e soprattutto ai social. Sono le tre nuove tipologie dell’ uomo moderno (e perché no anche della donna) termini che ancora difficilmente si trovano su un comune dizionario. Io personalmente sono schierata dalla parte degli hipster, ma solo perché le altre categorie sono troppo convenzionali o mainstream” come direbbero appunto gli hipster quelli veri, non gli amanti del risvoltino, mocassino senza calza e canotta aderente, quelli sono tutto un’ altra cosa!!! E poi volete mettere quell’ effetto: trascurato/trasandato?

Soffermiamoci quindi sulle tre categorie più famose del momento:

bu-T87q1I Geek: “Nel gergo di Internet, persona che possiede un estremo interesse e una spiccata inclinazione per le nuove tecnologie” (fonte web) ma non è un vero è proprio genio informatico, direi più un asociale amante di tutto ciò che è tecnologico, illuso di essere social, ha solo un problema: se l’ argomento fa parte delle sue passioni allora non smette di parlare, raccontare, informare.. passioni che possono essere: il cinema, ma solo film di tendenza; i gadget tecnologici; i videogiochi; i fumetti e il computer. Non segue la moda, non da molto peso al suo abbigliamento, né all’ aspetto fisico, non si preoccupa di qualche peletto antiestetico sul volto, utilizza t-shirt con richiami a film, anime, serie tv e fumetti. Il più delle volte è uno sviluppatore di videogiochi, se proprio vi va male troverete quello che non è in grado di aggiornare neanche word.

L’Hipster (il mio preferito): “Negli Stati Uniti, tra gli anni Quaranta e Cinquanta del sec. XX un appassionato di jazz, specialmente di bebop, insofferente del conformismo sociale e dedito a uno stile di vita fondato sulla libertà delle scelte e sulla riscoperta dell’interiorità individuale”. (fonte web)

Immagini pese dal web

Immagini prese dal web

L’ hipster è un uomo libero, vive in modo libero e trasandato, seguendo tutte le forme di cultura alternativa, esprimendo la propria insofferenza verso le regole, ha una passione per tutto ciò che va controcorrente. E’ un esteta snob, bohémien, amante della musica indie. Come il Geek non da’ peso alla moda, ma sceglie con cura vecchi vestiti, vintage autentici, gilet e camicie larghe, anche i suoi capelli non sono molto curati: spettinati, ribelli e maltagliati. Importanti sono gli accessori: bretelle, cappelli, occhiali. Ama i tatuaggi grandi, colorati e cosa più importante prendersi cura della sua BARBA, lunga, a proteggere il l’ animo fragile. L’ Hipster ha sempre ragione o almeno fateglielo credere. Norman Mailers li definì “white negro”, perché altro non erano che bianchi benestanti amanti della cultura dei neri. Non fatevi ingannare dal risvoltino, anche James Dean lo portava, un solo risvolto è hipster, più di uno è truzzo in stile ‘O Principe in Gomorra.

Il Nerd: Brutto, magro e brufoloso, compensa il suo essere insignificante con un’ intelligenza fuori dal comune. E’ il tipico secchione sfigato nascosto dai suoi spessi occhiali neri. Non conosce sport o forme di socializzazione, la sua unica passione sono i libri, soprattutto di informatica e la tecnologia. Il Nerd a differenza del Geek non parla delle sue passioni che spesso sono calcoli matematici o fisici. E’ quasi sempre un ingegnere informatico o un programmatore, molto simile al Geek anche nell’ abbigliamento, ma questo non lo noterete mai, difficilmente vi darà modo di farsi conoscere e apprezzare.

E voi quale di queste figure moderne preferite?

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