Libri, Commessi e Librai

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Avevo già scritto un po’ di tempo fa sull’ unica libreria presente della mia città, lo lascio in fondo all’ articolo.

Oggi, per una persona che vuole avvicinarsi al mondo della lettura, quanto sono d’ aiuto le librerie moderne? Forse la colpa è degli editori e degli autori, visto che tutti possiamo pubblicare un libro e abbandonarlo in libreria, troppe novità che mettono in disparte i vecchi classici, quelli che tutti dovremmo conoscere. Forse il vero motivo è che non esiste più la figura del libraio, il vero appassionato di libri, colui che conosceva tutti i titoli presenti nella sua piccola libreria, senza l’ aiuto del pc, ed era anche in grado di dare ottimi consigli. Mi è capitato di ritrovare queste tipiche “vecchie” librerie a Palermo e a Londra. Sono piccoli spazi stracolmi di mensole e libri, vecchi e nuovi, pile ordinate e sistemate in contenitori di legno quando alle pareti non c’ è più posto per loro, ad accoglierti un tempo c’ era un allegro signore di mezza età o la classica signora sorridente e rassicurante. Non si entrava in libreria solo se si doveva acquistare un libro, si passava dalla libreria e si potevano trascorrere le ore in tranquillità, senza la paura di leggere qualche pagina per poi non comprare nulla e cosa più importante non esistevano gli sguardi diffidenti. Se chiedevi un titolo sbagliato, il libraio non andava nel panico cercando disperatamente una voce su uno schermo, per poi liquidarti con un: “non esiste, mi dispiace” ..  il libraio ci arrivava, perché i libri erano la sua quotidianità e se non c’ era il titolo chiesto, beh di sicuro sapeva consigliarti altro.

Non è una critica nei confronti dei moderni “commessi librai”, ma la differenza ahimè c’ è e si nota! Oggi le librerie sono sempre più grandi perché dentro non ci trovi solo i classici e le immense nuove proposte delle case editrici indipendenti, ci trovi anche giochi, dischi, oggetti, cancelleria, accessori, abbigliamento e il commesso libraio non può, per ovvie ragioni, stare dietro a tutto questo. Le vetrine sono piene di titoli nuovi facendo una netta divisione tra il vecchio e il nuovo, i vecchi romanzi sono visti come imposizioni scolastiche fuori moda, anche se spesso ci ritroviamo i social network pieni di citazioni di libri importanti, ma che non sono mai stati letti. C’ è tanta gente competente, che nonostante la frenesia dell’ immensa libreria riesce a dedicarti del tempo, c’ è chi ti indica a stento la sezione dove poter trovare il genere che ci interessa, c’ è anche chi ha bisogno di titolo/autore/casa editrice/anno di pubblicazione perché senza l’ aiuto di dati sicuri e di un pc non riesce ad esserti d’ aiuto e quando finalmente lo trova ci sono tanti autori con quel nome e una marea di case editrici diverse… panico!!! C’ è chi tenta più volte di cercare quel libro tanto desiderato e dopo averlo prenotato senza successo si affida alla tecnologia, al nuovo modo di leggere i libri: il supporto digitale, perché lì i libri non sono di carta, non hanno il profumo di nuovo, ma ci sono sempre e basta un clic per cominciare a leggere. Per chi si avvicina da poco alla lettura forse è il metodo meno traumatico, perché non si è assaliti dalla vastità di volumi per lo più sconosciuti, perché entrare in libreria per l’ ennesima volta e uscire a mani vuote non si ha voglia.

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E’ da ieri mattina che mi passa nella mente l’ immagine della vecchia libreria della mia città: la vecchia Mobilio, situata dall’ altra parte della strada rispetto a dove oggi si trova la “piccola” in Mondadori. Forse è in quella libreria che ho capito il senso della letteratura per ragazzi. Ci passavo minuti interminabili lì dentro, grazie ai miei genitori che mi hanno trasmesso l’ amore per i libri, mi ci portavano spesso e anche se non acquistavo nulla, entravo e uscivo da quella libreria contenta, soddisfatta. Tutte le volte.
Ricordo questo posto per me immenso, su due piani, tutto in legno e con luci basse. Entrando, oltre il bancone, al centro, c’ era quello che io bambina vedevo come un tavolo, lungo lungo e ricoperto di libri. Su invece, al secondo piano, erano sistemati in penombra i libri “per adulti”, no.. nulla di sconvolgente, erano i classici, quelli impegnativi, i libri seri. E poi c’ era l’ ultima stanza in fondo, diversa dalle altre due, qui le luci non erano soffuse, come a volersi staccare da quel mondo tanto serio e tutto uguale, era la stanza dei libri per ragazzi! Colori allegri, copertine colorate, era l’ ultima stanza, ma in un certo senso era come se fosse la prima, tutto cominciava da lì.
In quella libreria diventai grande anch’ io, per fortuna, prima della sua chiusura, feci anch’ io le scale di legno che portavano al mondo degli adulti, che delusione, non era nulla di straordinario, ma la stanza dei colori, ancora adesso, nei miei ricordi, ha tutto un altro valore!

Giorni Verdi

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Che strano! Sabato sera ne parlavo con un mio amico, abbiamo ricordato i vecchi album, li abbiamo disposti in ordine cronologico, abbiamo criticato il loro cambiamento e oggi leggo che i Green Day suoneranno in Italia. Non nascondo che il mio più grande desiderio sarebbe andare ad un loro concerto, ma ad un vero concerto, quello appunto dei Giorni Verdi di un tempo, quindi combattuta se andare o meno a Milano o Torino ho preferito (con tanta invidia per chi ci andrà) di non rovinare quella bella immagine che ho di loro ferma al 2000.

Li ho scoperti per caso. Grazie alla cover “My Generation” dei The Who inserita nel loro album Kerplunk, ma non era l’ unica canzone che me li fece amare, infatti nello stesso album c’ era la famosissima Welcome to Paradise; Christie Road” e “80” scritta per Adrienne, moglie di Billie Joe Armstong, eh si ragazze mie, mica parliamo dell’ uomo dai capelli scuri e kajal, voce e chitarra del gruppo ai miei tempi era biondo e poi blu!!!

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Gli album 39/Smooth e Slappy sono racchiusi in 1,039/Smoothed Out Slappy Hours, ma l’ album che più di tutti li ha resi dei miti, portando all’ apice del successo lo stile PopPunk, è senza dubbio Dookie e i successi come: “Longview”; “Bascket Case” la colonna sonora di noi ansiosi, ve lo ricordate il video in cui i tre suonano in un ospedale psichiatrico e Billie Joe canta con gli occhi verdi sgranati ? E poi la mia amata “She”; “When I Come Around” eIn the End”. L’ anno dopo esce Insomniac cd introvabile almeno nella mia città, bellissima copertina che richiama la tecnica usata nel Rinascimento Italiano, quella di nascondere le immagini e infatti sono presenti tre teschi, ciascuno per ogni componente del gruppo: Micke Dirnt (basso), Billie Joe (voce e chitarra), Trè Cool (batteria).


Se tutti hanno un album del cuore il mio è senza dubbio
NIMROD e qui è d’ obbligo nominare ogni traccia: da “Good Riddance (Time of Your Life)” la mia canzone, aHitchin’ a Ride”; “Nice Guys Finish Last”;Redundant”; “Scattered”; “The Grouch”; “Worry Rock”; “Walking Alone”; la mitica “King for a Day”; “All the Time”; “Last Ride in”; “Platypus (I Hate You)”; “Uptight”; “Jinx”; “Haushinka”; “Reject”; “Take Back”; “Prosthetic Head”. 1439994178947Erano i tempi dei MSN (Window Live Messenger) dei nickname e dei blog preconfezionati e il mio nick non poteva che essere Verde Day e il sottotitolo del mio primo blog era “princess by dawn” (per chi conoscesse il testo di King for a Day – Nimrod) che me ne vergogno ancora, ma che forse era meglio di mandarinella (so che lo state pensando). Sempre da brava fan (ossessionata) avevo la mia sezione sul pc fisso e non vi nascondo che ora che si è totalmente bruciato il mio pensiero è andato a tutte quelle cartelle di musica e foto!!!  E si, perché per paura che qualcuno rubasse i miei cd o che per uno strano scherzo della tecnologia che avanza, avevo passato minuziosamente tutte la discografia al sicuro(?) sul computer.

L’ ultimo album della band che ho amato, è Warning anni 2000 il grande ritorno con “Blood, Sex and Booze; “Castaway”; Minority e “Misery” per me la canzone del loro addio. Come ho detto all’ inizio ho apprezzato le loro cover: Outsider dei Ramones e “I Fought the Law” dei The Clash. Forse per questo che ad un loro concerto OGGI sarei fuori luogo, perché sono ferma al 2002, perché non troveri nostalgici 30enni a saltare e urlare sulle note di “Bascket Case”, non troverei tre ragazzi dai capelli colorati con tshirt e converse usurate! Forse la loro musica non è mai cambiata, forse sono loro ad essere cresciuti, come tutti noi che volevamo sentirci speciali perché nessuno ascoltava quella musica rumorosa dai testi espliciti. Forse i 30enni come me non accetteranno mai il doler condividere dei miti con questa nuova generazione.. e io personalmente non accetterò il loro cambiamento solo per essere accettati.

 Il cambiamento del logo dice tutto.

Il cambiamento del logo dice tutto.

Ho rivisto Moonrise Kingdom

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Tutte le volte che sono triste o giù di morale ho i miei rimedi per spegnere i brutti pensieri, come leggere un libro o rivedere un vecchio film. Molte sono le pellicole in grado di tenermi compagnia più di un’ amica fidata, una di queste è del 2012 firmata da Wes Anderson. Amo la sua commedia dal sapore drammatico! Per chi ha già visto i suoi film (solo per citarne alcuni: I Tenenbaum” del 2001; “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” del 2004; Grand Budapest Hotel” del 2014) non è uno shock immergersi nei colori delle scenografia di carta che più pellicole sono vere e proprie pagine di un libro. In ogni suo film si ha l’ impressione di entrare in un dipinto, i suoi personaggi sono disegnate con le tipiche sfumature dei colori pastello. E’ quello che trasmette Moonrise Kingdom con la sua esaltazione degli anni ’60 attraverso gli oggetti tipici dell’ epoca come il giradischi, il centralino, il registratore, i vestiti corti colorati con il colletto bianco e le calze al ginocchio o la valigia piena d libri di storie di magia (libri per lo più inesistenti) e la protagonista stessa convinta di avere un potere derivante da un binocolo che porta sempre con se.  Parola chiave del film è: FUGA!!! Beh, è quello che ci vuole per sfuggire alla tristezza.moonrise-kingdom

Come sempre in Italia avviene la distruzione di un titolo: “Moonrise Kingdom – Una fuga damore” tanto per minimizzare una bella pellicola d’ autore. E’ la storia di due ragazzini soli, depressi e malinconici che si affacciano al mondo degli adulti con la voglia di fuggire dalla loro condizione di bambini, si comportano e parlano come i grandi, hanno troppo voglia di crescere. Tutto accade a tre giorni della grande tempesta che si abbattera sull’ Isola di New Penzance (New England) come ci spiega Bob Balaban, una sorta di guida/ narratore. Siamo nell’ estate del 1965 nel Campeggio Khaki ScoutIvanhoe” capitanato da Edward Norton un Capo devoto, ma con il vizio del fumo. Sulla stessa isola, non molto lontano, in una tipica casa delle bambole rossa e bianca, abita Suzy/Kara Hayward, sofferente per la convivenza con due genitori assenti e distaccati, tanto che la madre comunica con i quattro figli e il marito attraverso un megafono. La ragazza tiene una fitta corrispondenza epistolare Sam Shakusky/Jared Gilman, dodicenne orfano, intelligente e impopolare, con il desiderio di fuggire da quel campo scout.

55941df76797b34d64744b39a26c8809Un anno di missive d’ amore ingenuo e adolescenziale e infine la fuga, pianificata con rapidità e perfezione in compagnia del gatto di lei. Subito dopo la scomparsa dei due ragazzi emotivamente disturbati, sulle note della bella e rassicurate musica di  Benjamin Britten e le sue voci bianche, verranno organizzate le ricerche. Si metteranno sulle loro tracce oltre al preoccupatissimo Capo Scout, anche l’ Assistente Sociale Tilda Swinton e i genitori di Suzy: Bill Murray e Frances McDormand da sempre innamorata del poliziotto Bruce Willis.

largeGli unici a comprendere il loro amore sono stranamente i compagni Scout di Sam che organizzano per loro un “salvataggio d’ amicizia” li conducono in un altro Campo Scout, quello di Fort Lebanon dove i due hanno intenzione di sposarsi, ma la loro infantilità è sottolineata dalle chewingum che masticano mentre lo Scout notaio/scrivano chiede loro se sono seriamente intenzionati a compiere quel passo così importante e la tempesta è sempre più vicina … e no, non posso dirvi anche il finale, guardatelo perché un film che fa veramente bene al cuore.

“Mi sposo”!

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Qualche giorno fa leggevo il post di una delle mie blogger preferite, tema: I MATRIMONI. Come sempre ha trattato l’ argomento con tanta ironia, verità e intelligenza. Mi sono ritrovata nelle sue parole e nel suo stesso odio per questo genere di celebrazioni/festeggiamenti. Questa mattina il discorso è stato ripreso in spiaggia, mi sono ritrovata quindi ad analizzare punto per punto le tappe che portano al giorno tanto desiderato(???) immaginando un mio ipotetico matrimonio. Senza voler criticare nessuna delle mie amiche spose è solo l’ idea in se del matrimonio, sapete già come la penso, altrimenti non avrei creato i #raccontiviolenti.

Io i matrimoni li ho sempre trovati tristi, sono felice per chi si sposa, ma partecipare ad un matrimonio mi mette ansia perché quasi nessuno pensa agli sposi, c’ è tra gli invitati una gara di protagonismo nata con i social: l’ acconciatura particolare, la macchina più lucidata, il vestito più bello, mai utilizzato in altre occasioni, perché facebook lo sa, le foto con tag non mentono, non puoi mettere lo stesso vestito, non puoi avere due foto simili. Nessuno pensa a quei due poveretti costretti a stare prima seduti da soli al centro della navata, poi seduti da soli a mangiare, lontani dal resto degli invitati, costretti di tanto in tanto a passare tra i tavoli e salutare gente che si e no nella loro vita avranno visto 3 volte, chiedendosi: “ma cosa ne sanno questi della nostra storia, di quando ci siamo conosciuti, delle nostre litigate, dei nostri viaggi” e in fine spediti sempre da soli a fare le foto in riva al mare in finte pose assurde e ridicole. Esiste cosa più triste???

Tutto ha inizio con la partecipazione di nozze e noi ci sentiamo come Robb Stark in attesa di essere graziato da Walder Frey. L’ attenzione va subito alla data, ora e luogo: 14 agosto località Roccapinnuzza a 620 km di distanza, ore 16.00!!! Questo significa doversi spostare, in piena estate, prenotare volo, albergo a -3 stelle e subire vari sbalzi di temperatura nel giro di 8 ore. Si, perché per essere alle 16 in chiesa bisogna come minimo prepararsi dalle 14, uscire di casa sotto il sole cocente, con mutanda contenitiva reggipancia di due taglie in meno che a confronto la camicia, giacca e cravatta dello sposo sono freschezza e comodità.. e finire la serata con -10° e scarpe in borsa!!!

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Foto fonte Web

Superato lo shock dell’ invito, bisogna prepararsi ad affrontare quello che credo sia il vero trauma di un matrimonio: l’ addio al nubilato. Non tutte, ma molte si mettono d’ impegno nell’ organizzare la cerimonia di chiusura delle vecchie abitudini, quali guardare film e serie tv a letto spaparanzate, addormentarsi tra chili di molliche rigorosamente integrali, mangiare una scatoletta di tonno direttamente dalla lattina, lavare i piatti solo quando si è a corto di tazzine. Si riuniscono dopo vari preparativi, gasate, ovviamente tra sole donne, come se la sposa da lì a qualche giorno dovesse entrare in un’ altra dimensione, tenuta nascosta dalla vita di tutti i giorni, quindi si darà per scontato che avrà bisogno di una serie di oggetti fallici da portare con sè, dovrà senza scampo sottoporsi a giochi umilianti e urla di incoraggiamento!!! Io ne sono certa, l’ addio al nubilato è l’ invenzione di un gruppo di zitelle invidiose, le stesse che il giorno del matrimonio ti trascinano, schierandoti in fila per il famoso lancio del bouquet, spingeranno, salteranno, senza essere neanche fidanzate, loro lo vorranno a tutti i costi, perché la loro ultima speranza è tutta in quel bouquet, mentre tu lo eviterai coma l’ acqua santa sul demonio.

Ma quando si stabilisce la data del matrimonio? I più esperti dicono che per la riuscita di un buon matrimonio bisogna organizzare tutto almeno un anno prima, andiamo con ordine:

Il ciclo della sposa
Potete immaginare lo stress di una donna durante le ore che precedono il suo matrimonio, ecco.. ora provate ad immaginare una donna stressata e con il ciclo. Senza dubbio sarà lei a scegliere la data, dopo attenti calcoli matematici e lunari che ovviamente non serviranno a nulla, perché nel giro di un anno tra anticipi e ritardi arriverà puntuale il giorno del matrimonio.

Giorno o Sera
Visto che il matrimonio si svolgerà in provincia dell’ Africa, c’ è il dubbio se organizzarlo di giorno o di sera, ovviamente la scelta cadrà sul pomeriggio/sera, questo sarà una benedizione per chi ha tacchi alti e calze contenitive il 14 di agosto, ma in compenso ci saranno scene del tipo nonno in coma sul divanetto del ristorante, bambini dormienti tra sedie unite, la zia senza scarpe con occhi semichiusi a sfidare l’ abbiocco post cena.. ah si, la cena: a base di carne o a base di pesce? Il piatto appena macchiato di crema al formaggio con un calamaro annegato o una fettona di abbacchio morto nel suo grasso? La prima è très chic la seconda molto trash!!! E il ristorante? zona di mare al chiaro di luna o agriturismo immerso nel verde? In genere vince la località con maggiore quantità di insetti e zanzare.

Matrimonio tradizionale o innovativo
Si sa, lo sposo è quello che in genere si considera meno, se non fosse per gli amici e le antiche usanze barbare come il fastidioso e doloroso lancio del pacchetto di riso o il taglio della cravatta, oppure il temburellare ripetutamente il coltello contro il bicchiere. Seppur con manie di protagonismo gli invitati si soffermeranno ad osservare la sposa anche solo per la gioia di trovare qualcosa che non va.. e se non tutte sognano di indossare abiti principeschi e pomposi, si avranno spose con vestiti corti, tagli retro anni ’50 con caviglie scoperte, d’altronde se c’ è una cosa che Enzo Miccio ci ha insegnato è che per la buona riuscita di un matrimonio serve un bel tema: vintage, storico, cinematografico, geografico, artistico e non c’ è cosa più bella che immedesimarsi completamente nel tema scelto, che a mio parere è sempre meglio di fuochi d’ artificio, nido distrutto di tonno su salsa caramellata, riso e petali di rosa. E’ proprio questa la parte più bella e divertente di un matrimonio, organizzare qualcosa per far divertire e sorprendere i propri ospiti, almeno così il momento dei “saluti & busta” sarà meno traumatico. Ed è qui che sorge il dilemma: bisogna farlo capire che si ha bisogno di soldi o durante la messa è meglio pregare che nessuno si presenti con vassoi e cornici d’ argento?

Io sono molto lontana all’ idea di matrimonio, ma una cosa ve la prometto, non sarà in estate e non sarà tradizionale perché ho sempre preferito un giubbino di pelle su abito bianco che fiori tra i capelli!!!

Happy Birthday Mandarinella

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E’ arrivato il momento di parlare dei compleanni, non dei traguardi raggiunti, delle varie differenze tra i 20 e i 30 o di quanto sia bello essere donna… NO, affrontiamo il singolo giorno in cui compiamo gli anni. Non ho mai festeggiato un compleanno o meglio, non ho mai organizzato una festa, non ho mai scelto locali, vestiti, gente da invitare, musica da mettere per far ballare i miei ospiti, ci hanno sempre pensato gli altri o meglio la mia famiglia! Non hanno mai fatto le cose in grande, ma tutte le volte che hanno organizzato qualcosa per me sono mi hanno resa felice.

18 anni. Oggi si scelgono location di lusso (ma anche ai miei tempi) vestiti lunghi, scenografie a tema, acconciature e filmini prefesta in posa sulla riva del mare. Io ho scelto casa mia, per l’ occasione indossavo un’ orrenda gonna lunga color beige e una maglietta che spero un giorno di dimenticare, mio cugino più grande era addetto alle foto, mia madre alle bibite e all’ anguria, le mie cugine a tirarmi su il morale e tutti gli altri a prendere il fresco sul balcone.

20 anni. Gli amici. Io al contrari mangiavo pollo alla diavola a mare, sempre con la mia famiglia. Ricordo questo tavolo lunghissimo e il caldo in quella casa troppo piccola, le teglie piene di cibo che ci passavamo e la torta gelato senza le candeline, che da lì in poi non avrei più utilizzato, fino ai..

30 anni. Due feste. Si perché i 30 sono importanti ed è giusto festeggiare in modo spensierato con gli amici, ovviamente a mia insaputa e infatti il giorno dopo non potevo di certo rompere la tradizione: festa con la mia famiglia!!!

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Regalo di Sabrina Moon del mio cuore!

Se c’ è una cosa in cui siamo veramente bravi in famiglia è organizzare feste, ci impegniamo sul serio e ci divertiamo quando lo facciamo. Adoro i compleanni “degli altri” adoro scegliere i regali per gli altri, adoro immaginare la gioia di chi li riceverà. Al contrario i miei compleanni non li amo così tanto, da bambina è tutto più bello perché sei la protagonista della giornata, ti senti importante, le attenzioni sono tutte su di te e ogni anno che passa è bello perché quello che verrà sarà ancora spensierato. Anche i regali da bambini sono più divertenti, poi man mano che cresci capisci che non è poi così positivo essere tanto emozionati, se ci pensi bene è un altro anno che se ne va, si passa dallo: “stai crescendo, sarai libera, felice, indipendente, tutto sarà bello” allo: “stai invecchiando e nulla sarà più come prima”. Se prima aspettavi con ansia i messaggi di auguri, (su, quanti di voi attendevano la mezzanotte, impazienti di ricevere i primi sms!!!) oggi invece eliminiamo ogni traccia, ogni prova che possa condurre la gente a capire che oggi è il nostro compleanno.

Si, ok oggi si celebra la vita, ma vaglielo a dire a una sociopatica ermetica che ha sempre pianto nel giorno del suo compleanno. Piango perché sono triste, piango perché è l’ unico giorno nonostante tutto in cui mi sento veramente sola, il giorno in cui si hanno troppe aspettative per una giornata che alla fine sarà come tutte le altre o forse più cattiva delle altre, perché anche se non vuoi, ti costringe a fare un bilancio. E se qualcosa accade veramente, mi sorprendo, piango, perché non sono così malvagia e arida come la maggior parte pensa! Di certo non aspetto più i messaggi a mezzanotte e ho tolto anche la data di nascita dai social, non per lo stupido timore a far conoscere la mia età, chissenefrega dell’ età biologica io di anni me ne sento 20 dentro e fuori, ma così ho una buona scusa per non farli, una stupida punizione da infliggere a chi non si è ricordato e nonostante io abbia a che fare con siti e social, se c’ è una cosa che continuerò a fare è segnare su un’ agenda le date importanti, delle persone speciali, senza bisogno che qualcuno lo ricordi per me o forse sono consapevole che nonostante la notifica a pochi importerebbe veramente della mia giornata speciale o se lo fanno è perchè sono obbligati, perché è il social che lo dice, assistendo così a tutti quegli auguri privi di sentimento:

c’ è l’ espansivo (ma solo virtuale): Tanti auguri + tanti cuori

c’ è quello espansivo (ma tirato): Auguroni

c’ è quello che te li fa, ma ti fa capire che per lui è un sacrificio: Auguri!

c’ è quello nerd: *Immagine di torta* / *Immagine di fiore*

c’ è il nostalgico: *foto di qualche tempo fa*

e poi ci sono quelli che ti sorprendono, quelli che ti fanno scoppiare il cuore di gioia e che nonostante odi il giorno del tuo compleanno riescono a renderlo speciale.. ovviamente anche grazie alla famiglia!!!

Chi ha paura del dentista?

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Odontofobia (odonto- e fobia) paura irrazionale del dentista, c’ è poco da ironizzare, non appartiene soltanto alla schiera di noi ipocondriaci, ma il disturbo è stato riconosciuto dall’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Ammettetelo, tutti abbiamo avuto una certa ansia, paura, tremore, senso di soffocamento e sudorazione al solo pensiero di dover chiamare il dentista, figuriamoci andarci!! questo perché il mal di denti (almeno per me) è il dolore più forte da sopportare, non si limita al semplice indolenzimento del dente, no.. coinvolge testa, orecchio, linfonodi e punti che non immaginavo potessero far male, ad esempio: vi è mai capitato di avere male al dente superiore, ma di sentire dolore anche a quello inferiore?

Cosa fa l’ Odontofobico nel tentativo di evitare la sua paura più grande? Rimanda. Evita il dentista affidandosi all’ unico rimedio fai da te.. no, non mi riferisco alla grappa sul dente, so che lo fate in tanti! Ma si affida alle autodiagnosi, imbottendosi di Oki e altri medicinali alleviando il dolore, illudendosi che sia passato del tutto per poi esplodere ovviamente il venerdì sera.. si, perché il mal di denti comincia sempre la sera del weekend, sarà forse una Macumba messa in atto da tutti i dentisti del mondo uniti, che ci porterà a passare 3 giorni di sofferenza bramando che arrivi presto il lunedì, desiderando più di ogni altra cosa di andare dal dentista. Desiderio che svanisce il lunedì mattina, ma ormai il dolore ci ha portati dietro quella porta, con 20 minuti di anticipo, ed è troppo tardi per fuggire. Andare dal dentista è come tornare a scuola per l’ ultima interrogazione, cerchiamo di essere prima di tutto puntuali, come se fare una buona impressione potesse essere d’ aiuto per eliminare paura e dolore.

Veniamo accolti da un strano profumo di pronto soccorso misto a dentifricio agli agrumi, le riviste dell’ ’83, sfogliate fino alla perdita del colore dovrebbero distrarci, ma la vena del collo ci ricorda instancabile quello che da lì a poco avverrà, fingiamo di essere tranquilli, solo perché la sala d’ attesa è piena di bambini e non vogliamo vedano il terrore nei nostri occhi mentre leggiamo del divorzio di Albano e Romina o l’ uscita del primo disco degli Wham. Il questionario da compilare per i nuovi pazienti, per chi come me è leggermente ipocondriaco, è l’ inizio della fine. Leggiamo di possibili patologie e allergie alle quali non avevamo mai pensato prima o indagato su google e la paura dall’ intervento si sposta su una possibile allergia rimasta celata fino a quel giorno e immaginiamo la nostra morte proprio sulla sedia del dentista.

The Dentist film del 1996 di Brian Yuzna

The Dentist film del 1996 di Brian Yuzna

E’ il nostro turno. Indossiamo i calzari come un ubriaco al quale gli si chiede di stare su un piede solo e la prima sensazione di disagio te la causa proprio la poltrona dentistica. Non so voi, ma io la lampada l’ ho sempre immaginata come un lungo alieno, il suo movimento quando si avvicina, pronto a scrutarmi e studiarmi.. e poco più in là la faretra odontoiatrica, ovvero quella parte che contiene gli oggetti di tortura: turbina, manipoli, aria/acqua, tutti quegli strumenti che fanno bzz bzz per intenderci e sul carrello: pinze varie e l’ ansia di trovare l’ incubo della nostra infanzia: l’ apribocca strumento per tenere divaricata la mandibola, che il medioevo a confronto… Superiamo l’ anestesia, il leggero pizzicorio che ci permette di non sentire nulla o quasi, eh si miei cari odontofobici, l’ iniezione non è quella di 30 anni fa, oggi si utilizzano aghi sottilissimi o addirittura la preanestesia del sito della puntura, con un gel anestetico o spray ipotermizzante. Niente più paura dello scarso effetto dell’ anestesia, nessuno ci dirà: “resisti, ho quasi finito, sentirai solo un po’ di dolore”.

Prima fase superata ed ecco che il dentista cerca di instaurare un rapporto di fiducia parlando del più e del meno e facendoci una serie di domande, in attesa di risposta, mentre noi siamo a bocca aperta concentrati se rispondere a versi o dover ingoiare la saliva. Sempre meglio questi dentisti chiacchieroni rispetto a quelli che da bambina non parlavano affatto, l’ unico verso che si sentiva era quello del trapano o dell’ aspiratore e giuravano che non avrebbe fatto male, per poi urlare e rimproverarci come dei dannati al nostro accenno di fastidio. Traumi che portano a dover sopportare il dolore e a non chiedere mai spiegazioni per paura e accettare tutto passivamente come una punizione per le troppe caramelle mangiate, rimanendo seduti su quella poltrona a immaginare quello che accade dall’ altra parte, perché sentendo solo il rumore dei vari attrezzi, senza “vedere” o sapere quello che succede porterà la nostra mente a ipotizzere il peggio, osserveremo una semplice diga di gomma pensando: oddio, dovrà inserirla o servirà a tenere spalancata la bocca?” più o meno come stare sul set del film The Dentist per poi renderci conto che è solo una protezione per la nostra sicurezza.

In pratica l’ odontofobia altro non è che paura del dentista in quanto persona, essendo i denti molto sensibili la maggior parte delle volte usciamo dallo studio odontoiatrico con ancora più dolore di quando siamo entrai e questo ci porterà a vedere il dentista come un sadico che gode nel vederci soffrire passando in sottofondo ad ogni seduta canzoni italiane degli anni ’90 questo non ci permetterà di aprirci per esporre i nostri disagi e chiarire i numerosi dubbi. Secondo me se ogni dentista ci consigliasse di premiarci dopo ogni intervento positivo, magari dedicandoci allo shopping terapeutico contro ansia e tristezza risolverebbero parte dell’ odontofobia.

Ah, esistono anche gli Odontofobici Economici, ma quella è tutta un’ altra storia!!!

In Macchina col Moro

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Ho “conosciuto” Fabrizio Moro nel 2007 in tv, a Sanremo. Non ho mai amato il festival della canzone italiana e non per puro spirito di critica come fanno in molti, la mia continua ad essere solo invidia. Ho sempre desiderato poter suonare il violino, passione che è nata quando ormai avevo troppi anni per dedicarmi alla carriera di violinista e così mi limitavo ad ammirare le professioniste in tv, poi con il tempo l’ ammirazione si è trasformata in fastidio, consapevolezza di non esserci riuscita, ma quella sera la tv era sintonizzata su Rai1 e io ascoltai una canzone: “Pensa” e pensai: ecco, il solito siciliano che farà fortuna con una canzone perbenista contro la mafia, questo vince e ne faranno un eroe. E infatti vinse proprio lui, portandosi dietro un bel po’ di premi, un giovane Fabrizio Moro, un ragazzo non tanto bello, con la pelle scura e la faccia incazzata.

Io giovane 24enne (nel 2008) amante delle fiction e serie tv guardai con curiosità la prima puntata de “Liceali” la sigla non era niente male e subito dopo il film andai a cercare informazioni e guarda un po’ chi mi ritrovo.. Fabrizio Moro: Ah ma quindi non era sparito dalla circolazione dopo il tormentone di Pensa. Quella sera scoprii che non era siciliano, ma un romano con origini calabresi, addirittura della mia stessa provincia!!! Solo per questo meritava un’ altra possibilità. Cercai tutte le sue canzoni: “Non è la stessa cosa”, “Ognuno ha quel che si merita”, “Ci vuole un Business”, “Lisa”, ma quando ascoltai “Parole rumori e giorni” decisi che quella sarebbe stata la mia canzone, la canzone che più mi rappresentava e ne ero sicura, mi avrebbe accompagnata per tutta la vita! Fu grazie al disco “Barabba” del 2009 che decisi di seguirlo.

IMG_20150814_110159Diverso da tutti gli altri cantautori, non ha paura di dire la sua, anche se le sue scelte e idee possano rivelarsi dannose perfino per se stesso, è questo il senso di questo mio scritto, Fabrizio non ha certo bisogno della mia pubblicità, ma è la mia risposta a chi continua a dirmi: ancora fissata con Moro!? come se dovessi vergognarmi solo perché lui è italiano e la maggior parte della gente è rimasta ferma a Pensa. E’ diverso perché da’ importanza alle persone che lo seguono, perché anche se stanco, in ritardo, braccato da manager e organizzatori, ha sempre un minuto per una foto, un abbraccio, un sorriso. E’ diverso perché i suoi concerti non sono spettacoli organizzati, dove canta le sue canzoni una dietro l’ altra, ma se ci vai ti diverti tanto. E’ diverso perché la gente che lo segue è diversa, tutte le volte sotto il suo palco c’ è sempre una grande famiglia che si riunisce, non ci sono donne urlanti o reggiseni volanti. E’ diverso perché chi non lo conosce pensa che si sia ormai montato la testa ed è spaesata quando alla reception di un albergo chiedono del Sig. Moro, ma tu sai bene che forse è meglio chiamarlo Sig. Mobrici.

E’ quello che accadde a me nel 2011, precisamente il 24 Luglio 2011

Conidoni comune di Briatico in provincia di Vibo Valentia, paesino vicino a quello di Fabrizio, chi organizza la serata mi chiede di accompagnarlo a prendere Moro in albergo. Vi lascio solo immaginare la mia agitazione al pensiero che avremmo condiviso la stessa macchina! Durante il viaggio di andata contavo i minuti che separavano Conidoni da Vibo Valentia, per rendermi conto quanti ne avrei avuti a disposizione da passare con lui al ritorno: solo 20minuti. Salvo la situazione, visto che ero l’ unica a conoscenza del suo cognome (non so altrimenti quanto avrebbero aspettato seduti ai divanetti della hall) gli chiedo se vuole sedere davanti, no! fa sedere me.. e in quel momento mi sento come se Ursula avesse intrappolato la mia voce in una lumaca di mare: silenzio. Avevo 20 minuti a disposizione e io continuavo a stare zitta. Per fortuna qualcuno lo avvisa che il mio stato di catatonia è dovuto alla sua presenza e quell’ abbraccio dal sedile posteriore mi farà dire qualcosa di stupido che per fortuna non ricordo. Era il suo manager a parlare, tanto!!! e non so come ci siamo ritrovai a discutere dell’ amore per la Calabria e della mia passione per la scrittura, ricordo bene.. questo si, mai lo dimenticherò, mi disse di non arrendermi e di non abbandonarli i miei sogni. Da quella sera, sono sincera, tutte le volte che devo prendere una decisione importante ripenso a quelle parole che mi hanno dato nel tempo il coraggio di pronunciare importanti NO: agli editori con tanta passione per il denaro e poca per i libri, ai compromessi fastidiosi, alle richieste velate.

L’ abbraccio che gli chiesi fu il primo di una unga serie: oggi se voglio notare i cambiamenti fisici che ho subito negli anni mi basta riguardare le foto che puntualmente ogni anno faccio con lui e continuerò a ricorrerlo e farne ancora altre, anche quando gli organizzatori di un concerto decideranno che non devi, quando ti allontaneranno con la forza solo perché hanno una camicia azzurra, quando alzeranno le “sbarre” per far passare la figlia dell’ amico importante mentre tu devi rimanere dall’ altro lato. Ma non sapranno mai che la camicia azzurra non potrà niente contro chi lo “conosce” da anni e non si darà per vinta e preferirà andare via e aspettarlo sotto il suo albergo perché sa bene che lui un minuto per un abbraccio lo troverà sempre.

Nell’ aprile 2013 esce “L’ Inizio” il suo VI Album, lo stesso mese in cui avveniva la mia fine. Smisi di ascoltare musica, di qualunque genere, non ascoltai più nulla per due anni, poi.. “Buongiorno papà” non immaginate quanto bisogno avessi di parlare con il mio papà, due anni senza di lui e il titolo di quella canzone mi invogliava a parlarci ancora. L’ ascoltai e dopo quella altre e “Da una sola parte” divenne la canzone che più rappresentava il mio cambiamento, la forza e la voglia di poter fare ancora delle scelte: la dichiarazione di quel tale che ha fallito ma vivendo proprio come lui voleva” beh, ero certamente io senza dubbio.

Lo sto elogiando troppo dite!? Sappiate che anche lui mi ha delusa e durante l’ ultimo concerto qualche insulto se l’ è beccato: Odi et amo, uno dei luoghi comini più famosi della letteratura, ed è questa la cosa che più mi piace, le emozioni che è in grado di regalarmi, sempre, la consapevolezza del suo essere “normale” e non sarò mai una di quelle “fan veneratrici” perchè quando una cosa non piace bisogna dirla, d’altronde ho avuto un buon maestro. E’ inutile tornare su quel discorso, si è detto tanto e ha dato le sue spiegazioni, la mia era solo paura del cambiamento, paura di non trovare più Fabrizio nella famosa roulotte in attesa di salutare ogni componente della sua grande famiglia. Per fortuna ho notato che a cambiare è solo la gente che gli sta intorno, lui per tutti noi continuerà ad essere il ragazzo con la chitarra e il cappello.

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Geek, Hipster e Nerd le nuove tipologie del maschio moderno

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Avete mai sentito pronunciare queste tre parole? Ultimamente sono entrate a far parte del nostro linguaggio grazie a film, serie tv e soprattutto ai social. Sono le tre nuove tipologie dell’ uomo moderno (e perché no anche della donna) termini che ancora difficilmente si trovano su un comune dizionario. Io personalmente sono schierata dalla parte degli hipster, ma solo perché le altre categorie sono troppo convenzionali o mainstream” come direbbero appunto gli hipster quelli veri, non gli amanti del risvoltino, mocassino senza calza e canotta aderente, quelli sono tutto un’ altra cosa!!! E poi volete mettere quell’ effetto: trascurato/trasandato?

Soffermiamoci quindi sulle tre categorie più famose del momento:

bu-T87q1I Geek: “Nel gergo di Internet, persona che possiede un estremo interesse e una spiccata inclinazione per le nuove tecnologie” (fonte web) ma non è un vero è proprio genio informatico, direi più un asociale amante di tutto ciò che è tecnologico, illuso di essere social, ha solo un problema: se l’ argomento fa parte delle sue passioni allora non smette di parlare, raccontare, informare.. passioni che possono essere: il cinema, ma solo film di tendenza; i gadget tecnologici; i videogiochi; i fumetti e il computer. Non segue la moda, non da molto peso al suo abbigliamento, né all’ aspetto fisico, non si preoccupa di qualche peletto antiestetico sul volto, utilizza t-shirt con richiami a film, anime, serie tv e fumetti. Il più delle volte è uno sviluppatore di videogiochi, se proprio vi va male troverete quello che non è in grado di aggiornare neanche word.

L’Hipster (il mio preferito): “Negli Stati Uniti, tra gli anni Quaranta e Cinquanta del sec. XX un appassionato di jazz, specialmente di bebop, insofferente del conformismo sociale e dedito a uno stile di vita fondato sulla libertà delle scelte e sulla riscoperta dell’interiorità individuale”. (fonte web)

Immagini pese dal web

Immagini prese dal web

L’ hipster è un uomo libero, vive in modo libero e trasandato, seguendo tutte le forme di cultura alternativa, esprimendo la propria insofferenza verso le regole, ha una passione per tutto ciò che va controcorrente. E’ un esteta snob, bohémien, amante della musica indie. Come il Geek non da’ peso alla moda, ma sceglie con cura vecchi vestiti, vintage autentici, gilet e camicie larghe, anche i suoi capelli non sono molto curati: spettinati, ribelli e maltagliati. Importanti sono gli accessori: bretelle, cappelli, occhiali. Ama i tatuaggi grandi, colorati e cosa più importante prendersi cura della sua BARBA, lunga, a proteggere il l’ animo fragile. L’ Hipster ha sempre ragione o almeno fateglielo credere. Norman Mailers li definì “white negro”, perché altro non erano che bianchi benestanti amanti della cultura dei neri. Non fatevi ingannare dal risvoltino, anche James Dean lo portava, un solo risvolto è hipster, più di uno è truzzo in stile ‘O Principe in Gomorra.

Il Nerd: Brutto, magro e brufoloso, compensa il suo essere insignificante con un’ intelligenza fuori dal comune. E’ il tipico secchione sfigato nascosto dai suoi spessi occhiali neri. Non conosce sport o forme di socializzazione, la sua unica passione sono i libri, soprattutto di informatica e la tecnologia. Il Nerd a differenza del Geek non parla delle sue passioni che spesso sono calcoli matematici o fisici. E’ quasi sempre un ingegnere informatico o un programmatore, molto simile al Geek anche nell’ abbigliamento, ma questo non lo noterete mai, difficilmente vi darà modo di farsi conoscere e apprezzare.

E voi quale di queste figure moderne preferite?

La Storia di Colapesce

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la mia versione

 

C’ era una volta nella città di Messina, in Sicilia, una giovane madre che aveva un figlio di nome Nicola, un apprendista pescatore che passava le sue giornate sempre in acqua, non importa se fosse estate o inverno, Nicola non usciva mai dall’ acqua e la donna era disperata.

«Cola, Cola..»

Lo chiamava urlando dal molo.

«Esci dall’ acqua e torna a casa! Oh Cola.»

Una mattina dopo giorni che non si faceva vedere, la donna esasperata lo maledisse urlando:

«U scrusciu du mari mu ti pigghia, pisci maledettu»

Tutti a Messina, specialmente i pescatori, lo consideravano effettivamente un pesce, tanto che lo chiamavano Colapesce. Le ragazze, sue coetanee, dicevano che era addirittura figlio del dio Nettuno, forse per i capelli ricci e lunghi, gli occhi grandi e neri, le spalle ampie e il sorriso beffardo. Le malelingue al contrario, giuravano di aver visto che le sue mani e i suoi piedi erano palmati. Colapesce andava fiero di quel nomignolo perché l’ acqua era la sua vita e a mollo stava bene, proprio come i pesci. Quando non era intento a nuotare, costretto con la forza da sua madre, riuniva i suoi compagni e raccontava loro le meraviglie che vedeva sul fondo del mare, giurava di aver visto sul fondale della Sicilia montagne immense, boschi con alberi maestosi, pesci enormi da inghiottire più persone contemporaneamente, caverne infinite, e perfino di aver visto il fuoco che teneva in vita il grande Vulcano, ma che non poteva portare le fiamme in superficie, per ovvi motivi.

Era il mese di Luglio quando il Re Ruggero II di Sicilia, visitò Messina, tutto il popolo lo acclamava, le strade erano in festa, le giovinette erano particolarmente felici, in tutta questa euforia soltanto uno rimase nell’ acqua in disparte: Colapesce. Il ragazzo non era per nulla interessato allo sfarzo di quel corteo e continuò catturando l’ attenzione del Sovrano. Finiti i festeggiamenti il Re volle conoscere quel giovane che con il suo atteggiamento lo aveva umiliato e mandò i pescatori del posto a chiamarlo.

«Cola, il Re di Sicilia ti aspetta al Faro di Messina, vuole parlare con te!»

Lo avvisarono. Il giorno dopo Colapesce nuotò fino alla punta estrema di Messina in quel tratto di mare che univa la Sicilia alla Calabria e che veniva chiamato Faro.

«Dunque sei tu Colapesce!»

Lo accolse il Re, sarcastico.

«Ho sentito parlare tanto di te e della tua abilità nel nuoto.»

Circondato dai suoi consiglieri, il Re decise di metterlo alla prova e gettò dall’ alto del faro una coppa d’ oro, ordinando al ragazzo di riportargliela. Colapesce non ci pensò due volte, si immerse e dopo qualche istante riemerse con la coppa tra i denti. Il Re si complimentò e non avendo altro modo per umiliare il ragazzo lo lasciò andare. Il mattino seguente però, dopo una notte insonne ordinò ai suoi uomini di preparare la maestosa imbarcazione reale deciso a mettere ancora una volta Colapesce alla prova. Salparono fino a quando non lo videro nuotare beato tra i delfini.

«Ragazzo mio, voglio sfruttare ancora la tua abilità, ho bisogno di sapere dove poggia il mio Regno! Va’ e dimmi cosa c’ è sotto di noi».

Ordinò.

«Torno subito Sire.»

La madre di Colapesce l’ osservava dalla terraferma con apprensione, ma Cola si immerse, nuotò per lunghi minuti lasciando tutti con il fiato sospeso e subito tornò risalendo fiero.

«Maestà, la Sicilia è poggiata su tre colonne, una, dalla parte di Palermo, mi sembra la più bella e resistente, l’ altra è un po’ scheggiata  e l’ ultima, quella che sorregge Messina, ha qualche crepa».

Colapesce aveva superato l’ ennesima prova, il Re allora disse:

«La coppa era fin troppo grande e ben visibile, facile da recuperare, ma questo no! Dimostrami la tua bravura»

Si sfilò l’ anello e lo gettò negli abissi, Colapesce scese giù, giù e sempre più in fondo, cercò a lungo e vide che in profondità il fondale del mare era poco limpido e molto pesante. Riemerse con qualche difficoltà, ma tra le mani stringeva l’ anello del Re di Sicilia che per poco non cadde in acqua dalla sorpresa.

«E immagino che nel fondo del mare ci siano tesori abbandonati e coralli preziosi!»

Arrotolava la barba con evidente nervosismo e una scintilla di avidità negli occhi chiari e freddi come il ghiaccio.

«No Maestà, questa parte di mare è molto profonda, molto pericolosa, io non mi immergo più!»

Rispose deciso e nuotò per allontanarsi da lì, ma in quell’ istante il Re sfilò la sua corona e la gettò proprio in quel punto.

«Non vorrai che la corona reale simbolo del mio potere vada persa nei fondali del mare? riportamela subito!»

Colapesce era titubante, ma allo stesso tempo non poteva tirarsi indietro, scese fino in fondo e la vide risplendere accanto alla colonna che reggeva Messina, l’ afferrò e in quell’ istante notò che poco più su della sua base la colonna era completamente spezzata.

Attesero lunghi minuti, la madre di Colapesce in ginocchio e tra le lacrime udiva il rumore del mare che le rimbombava in testa e ripensò alle sue parole pronunciate qualche tempo prima: “u scrusciu du mari mu ti pigghia”. La gente si disperava, i pescatori partirono con le loro barche nella speranza di salvarlo , ma nessuno lo vide più. Passarono i giorni, i mesi, il Re  ando’ via da Messina e altri pescatori si immersero per cercarlo, ma nessuno ebbe il coraggio di scendere in fondo agli abissi dove Colapesce scelse di rimanere, trattenendo con le braccia la colonna, sorreggendo la sua città. Ancora oggi è lì in quello che un tempo era il Faro e oggi lo Stretto di Messina, a prendersi cura della sua amata Terra.

Celia P.

Io odio l’ estate.

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Oggi, venerdi 27 maggio primo giorno di caldo. Attendo il primo giorno di trasmissione dello spot estivo di Calzedonia, lo spot che in assoluto distrugge la mia autostima: belle, alte, magre, rotolanti sul bagnoasciuga, temo il loro arrivo e quest’ anno saranno anche munite di crop top a mettere in mostra le belle costole.

Si, la mia è invidia perché io sono a dieta ormai da un mese minacciata dallo sguardo schifato di chi mi sta intorno, di chi per ferirti colpisce nell’ unico punto debole di una donna: “sei ingrassata, ma non solo grassa, sei proprio grossa” colpita e affondata e per la prima volta nella mia vita ho ceduto alla moda delle diete. Addio soffritti, olio e maionese, ho rinchiuso pentole e mestoli per giurare devozione a proteine, fibre, vitamine e frutta. Impensabile per una meridionale mettersi a dieta nel periodo di aprile/maggio questo significa rinunciare a peperoni e melanzane fritte, frittura di pesce, frittelle con fiori di zucca, gelati, paste fredde, pane da intingere in litri di olio e pomodori verdi. Impensabile per me dover cucinare POCO chi mai è rimasto a mangiare da me sa che le portate sono infinite, questo perché da terrona soffro della sindrome della “mamma premurosa” l’ ospite deve uscire rotolando, distrutto, non sia mai si dica che non ha mangiato!!! Perché diciamoci la verità, niente ti gratifica più del cibo. Se prima tritavo le carote e le annegavo in olio e aceto, ora le mangio bollite; le melanzane rimangono anonime, tristi sulla griglia, niente aceto, limone, prezzemolo, aglio e peperoncino e le polpette giacciono nel forno non tra le bolle incandescenti dell’ olio. Ho scoperto che un aiuto per la dieta è la merenda sana. Prima il mio spuntino consisteva in fette di pane cosparse di nutella, ora mi ritrovo a preparare frutta e yogurt, non sono più io!!!!

Non sembra ma pratico sport, o almeno ci provo e anche in questo campo le cose non sono semplici, le vedi in palestra le donne perfette con le loro canotte aderenti, i pantaleggins cuciti sulla pelle.. e poi ci sono io: magliette su magliette per non far vedere la ciccia ballonzolante, l’ 80% degli esercizi eseguiti male, fiatone ad allacciare le scarpe e la bilancia che ti ricorda che nonostante i sacrifici e la dieta sei riuscita a perdere solo 5 etti (una busta di mortadella per intenderci).

Per non parlare di quelle che si “vantano” di essere grasse, solo per sentirsi dire che non è vero, che sono perfette così, ma che guardano le tue braccia pendenti e i tuoi fianchi ridacchiando nei loro vestiti aderenti consolandoti: “ma no, stai bene così!” le odio quasi quanto le modelle di Calzedonia, perchè sappiamo che non è la verità, tu non sei grassa e io sembro lo zampone spiaggiato tra le lenticchie, consapevole di non poter indossare neanche quest’ anno il tanto desiderato costume sgambato alla baywatche e le guarderai prendere il sole mentre tu, sotto l’ ombrellone, mangerai una triste galletta di riso.

Preparatevi ragazze mie, summer is coming

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