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Il mito di Partenope

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La passione per il mare e in particolare per le sirene non poteva non portarmi scrivere delle tre più famose: quelle mitologiche ovviamente, le nostre Sirene, che tra Scilla e Cariddi ammaliarono con il loro canto mortale marinai e pescatori. In particolare voglio raccontarvi LA MIA PERSONALE VERSIONE della storia di Partenope, la più conosciuta delle tre. Chi ha letto il mio breve racconto: “Dalla Parte di Eris” sa che nella mitologia greca le sirene erano in principio creature dall’ aspetto femminile, ma con corpo e ali da uccello, fedeli alla dea Demetra, vennero tramutate da questa in pesci, punizione per non averla aiutata a ritrovare sua figlia Persefone, rapita da Ade, dio degli Inferi. Demetra fece sparire le loro ali, le zampe divennero squamose fino a formare una lunga coda di pesce colore del mare, il busto e il viso rimase quello di donna e le condannò a nuotare per il resto dei loro giorni, con la voce melodiosa avrebbero sedotto giovani marinai fino ad ucciderli con il loro canto, costrette così a passare una vita priva d’ amore e condannate a morire qualora un marinaio fosse riuscito a scampare al loro canto mortale.

partenopeVi era in una Regione della Grecia un Re fiero del suo potere e del suo regno, venerato da tutti, in particolare dalla principessa Partenope: sua figlia. La giovane amava suonare e cantare le gesta eroiche del padre, ogni giorno radunava attorno a se, nel cortile del palazzo reale, ancelle, amiche e fanciulle e insieme cantavano e sognavano storie di principi e amori da favola. Bella, dai lunghi capelli biondi che le coprivano il viso piccolo e candido, nascondendo quasi a proteggere la sua arpa che reggeva tra le mani. Gli occhi blu si riempivano di lacrime ogni qualvolta ricordava la storia della liberazione della città, era la sua preferita, quel racconto l’ aveva sentito tante volte fin da bambina, da sola era riuscito a metterlo in musica e regalarlo all’ intero suo popolo. Un giorno attirato dalla bella voce melodiosa di Partenope arrivò a corte il giovane Cimone, un ragazzo alto e magro dall’ aria trasandata, ma dal cuore nobile, l’ ascoltava cantare nascosto dietro una delle grandi colonne che abbellivano il giardino del Re, se ne innamorò ancora prima di vederla e decise di tornare anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora. Partenope sentiva gli occhi scuri del giovane addosso, l’ attendeva, fino a ricambiare il suo sguardo e anche il suo amore. Dopo gli incontri di musica i due passavano le serate insieme a passeggiare e immaginare il loro futuro insieme, ma Partenope non sapeva che suo padre l’ aveva già promessa in moglie ad un altro uomo, proprio per il bene del suo Regno. Fu quando la ragazza gli raccontò di Cimone e del loro amore che il Re le proibì di incontrarlo ancora. Soffriva per quella decisione e nel vedere gli occhi spenti di sua figlia, ma la parola del Re non poteva essere contraddetta, ma Partenope che non accettava quella decisione, smise di cantare, furono pomeriggi tristi per il Regno senza la sua bella voce e le scogliere ai piedi del mare divennero il nuovo rifugio dei due giovani, il loro ritrovo segreto dove la principessa cantava solo per il suo Cimone. Si dice che la tristezza causata dai silenzi di Partenope lasciò posto ad una pioggia incessante e in seguito ad una terribile carestia.

Era usanza in Grecia, durante le grandi carestie, quando la gente moriva, di allontanare almeno i più giovani facendoli emigrare verso la Maglia Grecia, in cerca di salvezza e di fortuna. Ed è proprio quello che decise di fare il Re, tra i vari giovani scelti costrinse anche sua figlia Partenope a imbarcarsi su quella nave sfortunata e priva di cibo, la giovane vide in quella tragedia la sua unica fonte di felicità, corse in riva al mare, lì dove tutti i giorni incontrava Cimone, lo convinse, e insieme decisero di fuggire verso la libertà. Il tratto di mare che li attendeva era però tra i più pericolosi, terribili creature popolavano quel passaggio obbligatorio per lasciare la Grecia, una bufera li accolse, le rocce strette una all’ altra sembravano voler inghiottire la nave che tra gli scossoni si ribaltò. Il corpo di Cimone già segnato dalla fame non riuscì più a tornare in superficie, Partenope urlava il suo nome, piangeva di dolore ma d’ un tratto una mano ancora più potente sollevò la nave scaraventandola tra gli scogli, mettendo fine a quel viaggio di speranza.

Non so spiegare se per il dolore dell’ amore perduto, per la sofferenza del corpo alleviata con il canto o per la pietà delle creature del mare, ma Partenope sopravvisse a quella notte di tempesta, rimase immobile per giorni, mentre occhi spiritati l’ osservavano in lontananza e il suo corpo nascosto dalle grotte marine piano mutava e così a Ligeia “Voce dell’ Oltretomba” e a Leucosia “La bianca creatura” si unì un’ altra sirena: Partenope “La bellissima dal volto virginale” nulla ricordava della sua vita precedente e insieme alle sue sorelle danzava tra le onde e tra i cumuli di ossa bianche di marinai defunti e da loro lì accatastati. Erano belle e demoniache, i loro capelli avevano i colori del tramonto e le loro code di pesce le sfumature del mare. Ligeia e Leucosia avvistavano le navi, eccitate attendevano che le vele si avvicinassero, ma era Partenope che dava inizio al suo canto e le imbarcazioni per uno strano sortilegio si infrangevano contro gli scogli alti e i marinai pregavano le tre creature di portarli giù negli abissi insieme a loro. Era ben felici le sirena di esaudire quel loro ultimo desiderio e li stringevano in un abbraccio mortale accompagnandoli con la melodia della loro dolce voce mortale.

Ma quel giorno era privo di vento, fu proprio Partenope ad accorgersi per prima della nave in lontananza, ascoltava il rumore dei remi che colpivano il mare calmo, si prepararono le tre sirene ad accogliere quei marinai sfortunati. Disse alle sue sorelle di voler cantare una canzone, le parole le erano venute in mente per tutta la notte, intonò così un canto dolce, raccontò di una terra lontana, di un giovane Re in lotta per salvare la sua Terra e il suo popolo. Era un canto carico d’ amore e di passione, sentiva le urla di un uomo provenire dalla nave sempre più vicina, implorava i suoi compagni di slegarlo, poiché lui era Ulisse e desiderava stringere le braccia di quelle dee. La nave però non sembrava fermarsi e allora Ligeia e Leucosia cantarono più forte aiutando la sorella e convincendo l’ uomo a seguirle. Il marinaio si dimenava, piangeva e urlava, Partenope ne era compiaciuta, ormai quell’ uomo era folle, poteva vedere il suo sguardo fisso, impaziente di gettarsi tra le onde.

“Ma cosa fanno quegli uomini? Perché rimangono indifferenti al nostro canto?”

Inseguirono la nave che lentamente lasciava il loro nido di morte, Partenope si sentì abbandonata, un dolore le trafisse il cuore, un dolore che il suo cuore aveva già sentito, come se il marinaio l’ avesse lasciata lì, sola, nella disperazione. Guardava le sue sorelle come lei incredule a quanto accaduto. Urlò, battè le mani sull’ acqua e tentò di raggiungere la nave, ma più nuotava più il dolore cresceva, mentre da lontano le urla del marinaio legato all’ albero maestro cessavano. Sconvolte le sirene non riuscirono a guardarsi, né a consolarsi, per la prima volta avevano fallito. Non c’ era altro da fare. Ligeia senza dire una parola nuotò fino alle coste del Bruzio, in Calabria e lì sparì. Leucosia si lasciò morire per la vergogna presso Paestum. Partenope nuotò fino a raggiungere la scogliera più alta, si arrampicò a fatica e una volta in cima si gettò, le onde la trasportarono senza vita sulla spiaggia di Castel dell’ Ovo, nel Golfo di Napoli.

Fu la mattina presto che gli abitanti e alcuni pescatori trovarono il corpo di una bellissima donna, non un pesce, ma una creatura quasi celestiale dai lunghi capelli biondi, era troppo bella per lasciarla così priva di una sepoltura, commossi da tanta dolcezza le dedicarono un sepolcro, lì dove oggi sorge la città di Napoli e per tanto tempo l’ onorarono con offerte: latte, miele, ricotta dolce, uova, grano e culti legati al mare. Grata per tutto questo amore e per la pace finalmente ritrovata, pare che la sua bellissima voce si senta ancora adesso per tutto il Golfo facendo accorrere verso il mare abitanti, marinai e curiosi che sperano di sentire ancora la voce melodiosa di Partenope.

Celia

Happy Birthday Eris

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Non sapevo come “festeggiare” il primo anno di Eris, ci penso da stamattina, poi mi sono ricordata che tempo fa ho letto un articolo sul web, la tipa che lo firmava, espertissima, suggeriva di raccontare aneddoti divertenti accaduti durante la scrittura per catturare l’ attenzione dei lettori. Ottimo risultato assicurava, ma non aveva fatto i conti con me: “divertente” e “simpatico” mal si abbinano alla mia persona e ovviamente, anche per quanto riguarda la stesura del mio libro si è scatenata l’ apocalisse.

Come nelle migliori tragedie greche è successo di tutto dagli abbandoni alle liti, urla, rifiuti, attese, pestilenze, morte e siccità, ma.. chi ha sofferto più di tutti è stato Ernestino Jr. il mio Acer di 3 anni, con un pacchetto Microsoft Office craccato e scaduto da un po’. Il problema non è stato scrivere, gli inchiostrodipendenti preferiscono carta e penna, ma gli editori ormai alla parola “manoscritto” ti guardano malissimo e quindi bisogna riscrivere tutto; ricopiare i pensieri; vergognarti di averlo fatto; digitare su quei maledetti tasti sporchi di smalto, caffè e gelato; virus che prendono di mira il povero Ernestino senza neanche un collegamento a internet, colpirlo ripetutamente nella speranza di poterlo sottrarre alla morte; chiudere il documento senza salvare; perdere sonno e ogni entusiasmo.

Chi ha letto il m1425663305374io racconto sa che preferisco scrivere per chi ha voglia di leggere, ma che non trova il tempo per farlo, ed è per questo che i miei racconti sono sempre brevi, semplici, leggeri.. i bravi lettori hanno dalla loro bravi scrittori, quindi non prendiamoci meriti che non abbiamo. A proposito di mitologia, il primo libro che capitò nelle mie mani, da bambina, fu un dizionario di mitologia, comprato da mio papà, non ero esperta di libri, ma avevo già imparato a memoria la maggior parte dei nomi delle divinità e degli eroi greci. Il primo uomo, maschio, che amai follemente fu Bekim Fehmiu, attore albanese, che interpretò Ulisse nel famoso sceneggiato rai, anche questo guardai con mio padre e sempre con lui andai al cinema a vedere Troy, uscendo da lì pensai che se Petersen era riuscito a portare sul grande schermo quel falso fatto male, forse anch’ io avrei potuto scrivere di mitologia. Nella premessa del mio libro ho spiegato perché mi sono schierata dalla parte di Eris, per tutta quella gente che si crede perfetta, ma che perfetta non è. Perché non è giusto giudicare qualcuno per il suo aspetto o per come si rapporta con gli altri. Perché non possiamo farci un’ idea di una persona e rimanere stabili su quella, giudicarla, senza capire le ragioni che l’ hanno portata ad essere in un determinato modo. Io poi ho sempre tifato per il cattivo: nella letteratura, nei cartoni animati Disney, nelle fiabe, perché è sempre quello che ha sofferto di più, il più insicuro, il più debole.

So bene che un giorno ad attendermi dall’ altra parte ci saranno Omero, Esiodo, Ovidio e forse dovrei portare qualche moneta in più se voglio farmi salvare il sedere da Caronte, però in vita mi sono portata avanti, chiedendo aiuto a qualcuno valido che con le sue parole, nella prefazione, potesse in un certo modo mettere una buona parola per me,
con voi che lo leggerete e con loro che mi aspetteranno incazzati abbestia. A dire la verità speravo mi dicesse di lasciar perdere perché pensavo che questa mia idea di mettere a nudo le debolezze degli dei, le loro paure, i tradimenti, non venisse capita del tutto.. come anche il difetto di pronuncia di Eris, volevo renderla imperfetta nel corpo, ma più la immaginavo più la vedevo stupenda nella sua macilenza. In pochi hanno visto questo suo lato voluttuoso, ben nascosto dai veli neri. Poi è arrivato Febbraio ed è successo che improvvisamente mi sono sentita sola, era in stampa, la divinità che per tanto tempo era stata con me che mi ha aiutata a crescere, a diventare donna, che mi ha dato la forza di saper dire di NO, di farmi valere, di capire chi veramente aveva bisogno di me, improvvisamente mi stava abbandonando per farsi conoscere da altra gente che spero possano amarla come l’ amo io.

Ps. Per quanto riguarda Ernestino Jr. ha subito una piccola operazione che ha messo insieme i pezzi distrutti, ora sembra stare meglio!

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SINOSSI

« Il racconto è ambientato sul monte Olimpo. La voce narrante è quella di Eris, la dea della discordia, con un fastidioso ma simpatico difetto di pronuncia,  presenta le divinità e gli eroi ed essi legati, mettendo a nudo le loro debolezze. Il suo intento è  quello di evidenziare le loro paure, le loro debolezze, i tradimenti, gli abbandoni, le sconfitte. Il racconto si divide in tre parti, tre sono i giorni che il lettore ha a disposizione per immergersi nel mondo degli eroi e del mito, in un racconto dietro l’ altro.»

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