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Il mito di Morgana

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Un re barbaro, dopo aver saccheggiato e devastato l’ Impero Romano arrivò fino in Calabria, il suo intento forse era quello di raggiungere le coste oltre il mare, ma arrivato nella città di Reggio rimase incantato dalla bellezza che lì vi trovò: mare calmo, limpido e di un blu talmente scuro da incutere timore. Si stabilì in uno dei meravigliosi palazzi nei pressi del porto e tutte le volte che passava dalle finestre arricchite di colonne e volte osservava la costa in lontananza, impossibile fosse l’Africa, pensava.. troppo vicina! E quella montagna fumante poi, quegli strani zampilli di fuoco.. era sicuramente una terra magica e misteriosa, doveva raggiungerla ad ogni costo. Passava le giornate a studiare strategie per poter arrivare su quell’ isola, interrogò gli abitanti della città per capire di cosa si trattasse, quale strano fenomeno riusciva a far fumare le montagne. Era estate, era il mese di agosto, l’ aria era greve, soffocante, l’ afa talmente fitta da far sembrare che la città fosse avvolta dalla nebbia. Quel giorno si presentò a corte, come spinta dal vento caldo di scirocco una donna bella e alta, dallo sguardo severo, blu come le acque che avevano incantato il Re, il suo nome era Morgana.

avalon-abitanti«Avete ragione Maestà, quello è un luogo incantato, io stessa ne fui attratta anni fa!»

Il Re annuì concorde.

«Mia cara, desidero conquistare quelle terre, ma non so come attraversare il mare, non ho abbastanza navi e uomini in grado di navigare».

Confessò alla donna scoraggiato.

«Ma non è poi così difficile e lontano. Dalla lontana Avalon, la mia Isola natale, decisi di accompagnare mio fratello nel suo lungo viaggio verso la Gloria, arrivati proprio sotto i piedi del monte che sputa fuoco rimasi incantata da tanta forza e bellezza che decisi di rimanere lì, in quella Terra che tanto ricordava la mia casa. Vi assicuro mio Re che lì  l’ aria è sempre calda, troverete alberi di ogni qualità: aranceti e uliveti in abbondanza, cibo e spezie».

Il re urlò di gioia.

«Volete vederla? Non è poi così lontana!»

Esclamò convinta, il re si affacciò dal balcone per ammirare la terra oltre il mare e si accorse che la donna aveva ragione, l’ isola era vicinissima, riusciva a vedere gli alberi, le arance mature e gli uomini che se ne prendevano cura, erano così vicini che poteva addirittura toccarli. Euforico scese le scale del palazzo salì sul suo cavallo e insieme corsero verso il mare. Morgana lo seguiva senza parlare, i suoi occhi erano pieni di soddisfazione, i suoi capelli avevano lo stesso colore del sole che bruciava quella giornata e d’ un tratto il Re si gettò in acqua convinto di poter raggiungere la Sicilia, ma l’isola non era affatto vicina. La donna, che altro non era che una potente maga, sorrideva soddisfatta mentre il suo incantesimo svaniva e il re affogava nelle acque dello stretto.

[ Ancora oggi nelle calde giornate estive, passeggiando sul lungomare della città di Reggio, anche noi possiamo essere vittime dell’ incantesimo di Morgana, talmente potente che non svanì mai del tutto – questo perché quando l’ aria e il mare sono talmente immobili le goccioline d’ acqua, sulla superficie del mare fanno da lente di ingrandimento – e siamo in grado di vedere case, persone e strade dall’ altra parte del mare]

Versione di Celia

La Storia di Colapesce

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la mia versione

 

C’ era una volta nella città di Messina, in Sicilia, una giovane madre che aveva un figlio di nome Nicola, un apprendista pescatore che passava le sue giornate sempre in acqua, non importa se fosse estate o inverno, Nicola non usciva mai dall’ acqua e la donna era disperata.

«Cola, Cola..»

Lo chiamava urlando dal molo.

«Esci dall’ acqua e torna a casa! Oh Cola.»

Una mattina dopo giorni che non si faceva vedere, la donna esasperata lo maledisse urlando:

«U scrusciu du mari mu ti pigghia, pisci maledettu»

Tutti a Messina, specialmente i pescatori, lo consideravano effettivamente un pesce, tanto che lo chiamavano Colapesce. Le ragazze, sue coetanee, dicevano che era addirittura figlio del dio Nettuno, forse per i capelli ricci e lunghi, gli occhi grandi e neri, le spalle ampie e il sorriso beffardo. Le malelingue al contrario, giuravano di aver visto che le sue mani e i suoi piedi erano palmati. Colapesce andava fiero di quel nomignolo perché l’ acqua era la sua vita e a mollo stava bene, proprio come i pesci. Quando non era intento a nuotare, costretto con la forza da sua madre, riuniva i suoi compagni e raccontava loro le meraviglie che vedeva sul fondo del mare, giurava di aver visto sul fondale della Sicilia montagne immense, boschi con alberi maestosi, pesci enormi da inghiottire più persone contemporaneamente, caverne infinite, e perfino di aver visto il fuoco che teneva in vita il grande Vulcano, ma che non poteva portare le fiamme in superficie, per ovvi motivi.

Era il mese di Luglio quando il Re Ruggero II di Sicilia, visitò Messina, tutto il popolo lo acclamava, le strade erano in festa, le giovinette erano particolarmente felici, in tutta questa euforia soltanto uno rimase nell’ acqua in disparte: Colapesce. Il ragazzo non era per nulla interessato allo sfarzo di quel corteo e continuò catturando l’ attenzione del Sovrano. Finiti i festeggiamenti il Re volle conoscere quel giovane che con il suo atteggiamento lo aveva umiliato e mandò i pescatori del posto a chiamarlo.

«Cola, il Re di Sicilia ti aspetta al Faro di Messina, vuole parlare con te!»

Lo avvisarono. Il giorno dopo Colapesce nuotò fino alla punta estrema di Messina in quel tratto di mare che univa la Sicilia alla Calabria e che veniva chiamato Faro.

«Dunque sei tu Colapesce!»

Lo accolse il Re, sarcastico.

«Ho sentito parlare tanto di te e della tua abilità nel nuoto.»

Circondato dai suoi consiglieri, il Re decise di metterlo alla prova e gettò dall’ alto del faro una coppa d’ oro, ordinando al ragazzo di riportargliela. Colapesce non ci pensò due volte, si immerse e dopo qualche istante riemerse con la coppa tra i denti. Il Re si complimentò e non avendo altro modo per umiliare il ragazzo lo lasciò andare. Il mattino seguente però, dopo una notte insonne ordinò ai suoi uomini di preparare la maestosa imbarcazione reale deciso a mettere ancora una volta Colapesce alla prova. Salparono fino a quando non lo videro nuotare beato tra i delfini.

«Ragazzo mio, voglio sfruttare ancora la tua abilità, ho bisogno di sapere dove poggia il mio Regno! Va’ e dimmi cosa c’ è sotto di noi».

Ordinò.

«Torno subito Sire.»

La madre di Colapesce l’ osservava dalla terraferma con apprensione, ma Cola si immerse, nuotò per lunghi minuti lasciando tutti con il fiato sospeso e subito tornò risalendo fiero.

«Maestà, la Sicilia è poggiata su tre colonne, una, dalla parte di Palermo, mi sembra la più bella e resistente, l’ altra è un po’ scheggiata  e l’ ultima, quella che sorregge Messina, ha qualche crepa».

Colapesce aveva superato l’ ennesima prova, il Re allora disse:

«La coppa era fin troppo grande e ben visibile, facile da recuperare, ma questo no! Dimostrami la tua bravura»

Si sfilò l’ anello e lo gettò negli abissi, Colapesce scese giù, giù e sempre più in fondo, cercò a lungo e vide che in profondità il fondale del mare era poco limpido e molto pesante. Riemerse con qualche difficoltà, ma tra le mani stringeva l’ anello del Re di Sicilia che per poco non cadde in acqua dalla sorpresa.

«E immagino che nel fondo del mare ci siano tesori abbandonati e coralli preziosi!»

Arrotolava la barba con evidente nervosismo e una scintilla di avidità negli occhi chiari e freddi come il ghiaccio.

«No Maestà, questa parte di mare è molto profonda, molto pericolosa, io non mi immergo più!»

Rispose deciso e nuotò per allontanarsi da lì, ma in quell’ istante il Re sfilò la sua corona e la gettò proprio in quel punto.

«Non vorrai che la corona reale simbolo del mio potere vada persa nei fondali del mare? riportamela subito!»

Colapesce era titubante, ma allo stesso tempo non poteva tirarsi indietro, scese fino in fondo e la vide risplendere accanto alla colonna che reggeva Messina, l’ afferrò e in quell’ istante notò che poco più su della sua base la colonna era completamente spezzata.

Attesero lunghi minuti, la madre di Colapesce in ginocchio e tra le lacrime udiva il rumore del mare che le rimbombava in testa e ripensò alle sue parole pronunciate qualche tempo prima: “u scrusciu du mari mu ti pigghia”. La gente si disperava, i pescatori partirono con le loro barche nella speranza di salvarlo , ma nessuno lo vide più. Passarono i giorni, i mesi, il Re  ando’ via da Messina e altri pescatori si immersero per cercarlo, ma nessuno ebbe il coraggio di scendere in fondo agli abissi dove Colapesce scelse di rimanere, trattenendo con le braccia la colonna, sorreggendo la sua città. Ancora oggi è lì in quello che un tempo era il Faro e oggi lo Stretto di Messina, a prendersi cura della sua amata Terra.

Celia P.

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